Sound of Metal

Sound of Metal ***

Ruben e Lou condividono il palco e la vita. Lui batterista, lei cantante e chitarrista, girano l’America in tour su un airstream che è diventato la loro casa.

La sera si esibiscono nei locali, la mattina si rimettono in viaggio.

Un vita nomade, autarchica, piena di tensioni irrisolte, ma apparentemente felice. Ruben è stato un tossicodipendente fino a quando ha conosciuto Lou, lei ha un padre famoso in Francia e una madre che si è tolta la vita, dopo una dolorosa separazione.

Una sera durante il loro spettacolo, Ruben comincia a sentire il suono della sua batteria e della voce di Lou come ovattato, sempre più flebile, nonostante il rumore e l’amplificazione.

Una visita da uno specialista gli conferma che sta perdendo l’udito quasi completamente: oltre il 70% se n’è già andato e non tornerà. Ruben sconvolto, non riesce più neppure a parlare al telefono, ma vorrebbe continuare nel tour, in qualche modo.

Lou invece è preoccupata per lui, teme una sua ricaduta nella dipendenza e gli trova posto in una comunità per sordi ex tossicodipendenti, guidata da Joe, un marine che ha perso l’udito in Vietnam.

Le regole della casa sono rigide, ma pian piano, Ruben sembra iniziare a comprendere la dimensione del suo mondo nuovo. Frequenta corsi per imparare la lingua dei segni, anche con i bambini, si integra sempre di più nella piccola comunità di Joe, eppure nella sua testa c’è solo Lou e un intervento d’impianto cocleare, che potrebbe fargli riacquistare parte dell’udito.

L’esordio alla regia dello sceneggiatore Darius Marder (Come un tuono e il prossimo Empire of the summer moon), nasce dal progetto di un documentario di Derek Cianfrance sui Jucifer, una coppia di musicisti metal, formatasi nei primi anni ’90, che avrebbe dovuto intitolarsi Metalhead.

Come i protagonisti di Sound of Metal, i Jucifer sono marito e moglie, sono un duo chitarra e batteria, fanno sludge metal a volumi impossibili, durante i loro show e dal 2000 vivono su un RV, dopo aver abbracciato una vita nomade.

Quel documentario non è mai entrato in produzione, ma Cianfrance ha poi proposto a Marder di sviluppare quella storia in un film che è andato più volte vicino a concretizzarsi nel corso dell’ultimo lustro, prima con Dakota Johnson e Matthias Schoenaerts e quindi, nell’estate del 2018, per sole quattro settimane di riprese, con Riz Ahmed e Olivia Cooke.

Il film ha debuttato a Toronto nel 2019, è stato accolto da consensi trasversali ed è stato acquistato da Amazon, ma poi è rimasto in un limbo, fino alla sua uscita sulla piattaforma, a dicembre 2020.

Si sentono in modo prepotente echi del cinema doloroso e ossessivo di Cianfrance in questo Sound of Metal. 

Il conflitto nasce sempre da un rapporto di coppia, così forte da diventare per entrambi una dipendenza, che qui si rompe improvvisamente, quando Ruben perde l’udito ed è costretto ad imparare da zero a muoversi in un contesto che assume contorni ostili.

Deve farlo da solo, senza Lou che finisce per tornare dal padre a Parigi, riallacciando un legame familiare consumato dal dolore e dalle incomprensioni.

Per Ruben però questo lungo periodo di ambientamento non è che una parentesi necessaria nell’illusione di rimettere a posto i pezzi della vita, improvvisamente andata in frantumi.

Ruben non si accorge che quell’equilibrio precario, così faticosamente raggiunto con Lou, non tornerà mai davvero.

Non basta il costoso intervento alla testa, riportare indietro il tempo non funziona mai.

Incapace di comprendere davvero la dimensione trasformativa che la perdita dell’udito ha provocato nella sua vita, Ruben finirà per perdere tutto, prima di capire davvero la dimensione del silenzio.

Ovviamente curatissimo il sound design del film che alterna soggettivamente ciò che può sentire Ruben e quello che sentono gli altri.  Il film comincia con le distorsioni della chitarra di Lou e finisce nel silenzio più assoluto. Nel mezzo uno spettro originalissimo di suoni, volumi, voci. Ma solo alla fine scopriamo quanto il titolo del film acquisti una dimensione più ampia e significativa di quanto immaginato.

Il film è onesto nel raccontare il mondo di chi ha perso l’udito, non eccede mai nel melodramma e si confronta con i bambini senza sentimentalismi. Ha anche il coraggio di lasciare il suo protagonista proprio a metà del suo cammino, senza suggerire soluzioni semplici o consolatorie.

Riz Ahmed è sensazionale nel suo spaesamento, nelle sue ansie, nella sua testardaggine. Spesso relegato a ruoli secondari, anche caratterizzati etnicamente, qui invece è protagonista assoluto e riesce a condividere l’odissea di Ruben con una chiarezza, che il suo personaggio raggiungerà solo alla fine.

Altrettanto importante il contributo di Paul Raci, nel ruolo di Joe, che prende Ruben sotto la sua ala e diventa il compasso morale del film, aiutandolo a comprendere e ad accettare le onde del destino, come parte integrante della sua vita.

 

 

 

 

 

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