The Fugitive

The Fugitive **

La terza versione de Il fuggitivo, dopo la serie del 1963 della Abc e il film con Harrison Ford e Tommy Lee Jones del 1993, arriva su Quibi, con la peculiarità di una serie di quattordici episodi di pochi minuti ciascuno, da seguire magari sul proprio ipad.

La app, ideata da Jeffrey Katzenger, che ha debuttato proprio durante la pandemia e il lockdown, il 6 aprile 2020, è in cattivissime acque: a fronte di una spesa per contenuti pari a 1 miliardo di dollari per 175 serie, il numero dei download è fermo a 2,9 milioni di utenti, di cui solo la metà effettivamente attivi.

Dopo The Stranger e Most Dangerous Game, ci occupiamo di The Fugitive, reso disponibile a partire dal 3 agosto, scritto da Nick Santora (The Sopranos, Prison Break, Lie To Me) e diretto dall’esperto australiano Stephen Hopkins (Blown Away, Spiriti nelle tenebre , Under Suspicion).

La storia del noto chirurgo Dott. Kimble, ingiustamente accusato e condannato per la morte della moglie, e coinvolto in una fuga rocambolesca, per provare la sua innocenza, cambia traiettoria questa volta.

Il protagonista è Michelangelo Ferro, un contabile appena uscito di prigione, dopo essere stato costretto a patteggiare per un incidente in cui erano morti il fratello e una donna.

Faticosamente sta cercando di ricostruire la sua vita con la moglie e la figlia di sei anni, quando una mattina sulla metropolitana di Los Angeles su cui viaggia, scoppia una bomba che devasta carrozza e stazione.

Dalle telecamere di sicurezza un poliziotto dell’antiterrorismo, la cui moglie è morta l’11 settembre e una giornalista d’assalto che lavora per un sito internet scadalistico, si convincono della sua colpevolezza.

Il suo nome è noto e già macchiato dalla colpa: diventa così un facile capro espiatorio.

Il pregiudizio e la superficialità indirizzano le indagini: persino un messaggio inviato alla moglie e le ricerche per la tesina di scienze della figlia diventano indizi che lo inchiodano, in un incubo che sembra senza via d’uscita.

L’opinione pubblica è facilmente manipolata e anche il vero colpevole finisce per sfruttare Mike spostandolo sul luogo dove un nuovo attentato devastaerà un altro simbolo della città di L.A.

Il fuggitivo è così costretto a difendersi da tutti. La città diventa un teatro di guerra, una terra straniera dove non ci sono alleati.

Così come le altre serie di Quibi, The Fugitive sfrutta l’unità di luogo, tempo e azione, costruendo un thriller tutto adrenalina, in cui la caccia all’uomo della polizia non scalfisce mai la nostra convinzione dell’innocenza del protagonista.

Peraltro il coinvolgimento di Mike è del tutto casuale questa volta, non il frutto di un complotto per incastrarlo. Hopkins e Santora ce l’hanno soprattutto sulla superficialità dell’informazione che si muove senza pià deontologia nè umanità.

Quello che importa è bruciare la concorrenza, trovare un colpevole, incanalare le paure e il senso di vendetta collettivo: tutto quello che può portare visualizzazioni, polemiche, condivisioni.

Poco importa se dietro i numeri i sono persone vere.

The Fugitive è piuttosto severo anche con le indagini di polizia, che sembrano seguire la stessa superficialità e lo stesso spirito revanscista. L’intuizione diventa indizio, le prove vengono analizzate secondo un teorema già preordinato ed è più importante mettere le mai su un colpevole qualunque, piuttosto che accertare davvero le responsabilità.

Se il Tommy Lee Jones della versione cinematografica era un formidabile segugio, in grado di comprendere il senso della fuga del Dott. Kimble, aprendo un canale di comunicazione che lo spingerà a trovare la verità, qui Ferro e il detective Clay Bryce non si parlano mai, viaggiano su due binari che si incontrano solo alla fine.

Bryce sembra uno di quei poliziotti fascisti e violenti su cui i movimenti che stanno scuotendo gli Stati Uniti avrebbero molto da ridire. I suoi stessi collaboratori finiscono per entrare in conflitto con lui per i suoi modi sbrigativi e violenti.

Eppure Hopkins e Santora si fermano sempre ad un passo dal trasformare davvero una serie di innocuo intrattenimento, in un lavoro realmente politico e spiazzante.

La critica sociale rimane sempre sullo sfondo, anche nelle motivazioni del terrorista, che sono solo strumentali ad introdurre l’ultimo atto, senza mai innescare un discorso meno che superficiale.

Non solo ma Hopkins che si era occupato di argomenti simili già nel 1994 nel suo Blown Away, qui non riesce mai davvero a sfruttare lo spazio cinematografico di Los Angeles, per farne uno degli elementi significanti della sua serie, che rimane invece per lo più anonima e derivativa.

Kiefer Sutherland rifà la brutta copia del suo Jack Bauer di 24, senza mai crederci davvero, mentre Boyd Holbrook ha lo sguardo giusto per il ruolo della vittima, ma non è certo la recitazione il punto di forza di The Fugitive.

In definitiva, se il formato di Quibi sembra suggerire le potenzialità di un racconto così frammentato e destrutturato, capace di sfruttare finalmente e in modo proprio i device che ormai tutti portiamo in tasta o in borsa, i contenuti proposti sembrano reiterare sempre lo stesso schema, con poco coraggio e senza quella radicalità, che forse sarebbe necessaria.

Titolo originale: The Fugitive
Durata media episodio: 5-8 minuti circa
Numero degli episodi: 14
Distribuzione originale: Quibi

Consigliato: a chi viaggia in metropolitana o in treno e non ha difficoltà a seguire una serie anche sul piccolo schermo di un device. 

Sconsigliato: a Napalm51 e ai complottardi della rete.

Visioni parallele: Il fuggitivo di Andrew Davis del 1993 con Harrison Ford e Tommy Lee Jones e Blown Away di Stephen Hopkins del 1994, che già raccontava di ordigni e terrorismo interno. 

Un’immagine: in realtà non ci sono immagini che restino davvero nella memoria. La regia di Hopkins non è particolarmente originale e si limita ad assecondare la storia con mao invisibile.

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