Venezia 2020. Notturno

Notturno ***

Il nuovo film di Gianfranco Rosi, Leone d’oro con Sacro GRA nel 2013 e Orso d’oro e nomination agli Oscar con Fuocoammare nel 2016, torna in concorso a Venezia con uno straordinario lavoro girato per quasi tre anni sui confini tra Liabno, Iraq, Siria e Kurdistan, là dove tensioni politiche, militari, religiose hanno inciso più profondamente sulla vita di chi è rimasto e di chi ha deciso di emigrare.

In fondo anche qui, come nei suoi film precedenti, il suo sguardo di posa su una comunità di donne, uomini, bambini, solo che è una comunità aperta, accomunata dalle immagini di Rosi in un alba sempre carica di promesse.

Il film infatti è stato girato quasi tutto in quell’ora magica che segue la notte più nera. Una scelta estetica fortissima, che regala al film una bellezza inarrivabile, ma una scelta anche profondamente etica, come è evidente a chi non nutra un pregiudizio invincibile sul lavoro di Rosi.

Un lavoro, che anche questa volta, scardina le consuetudini del cinema della realtà, ne mette in discussione lo statuto ontologico, ne ribalta le dinamiche classiche, per restituirci frammenti impressionisti che il suo precisissimo sguardo cinematografico è riuscito a cogliere, in un lavoro evidentemente lungo e complesso di ricerca prima, di riprese poi, quindi di selezione e montaggio alla fine.

Se il documentario ha di solito le forme dell’intervista, del saggio, del reportage, qui Rosi sembra suggerirci che si può andare oltre: tutto il dolore di quell’umanità testarda e tenace può ancora sublimarsi in quegli sparuti incostanti sprazzi di bellezza poetica, che Notturno cerca di mostrarci.

Il film di Rosi sembra ricordarci che non tutto è perduto, che nonostante la crudeltà degli uomini, la vita continua a scorrere, erompe dagli argini, trova la sua strada e non si ferma. Gli uomini possono ancora ricucire le loro esistenze.

Come avete compreso, Notturno non ha una drammaturgia forte, come in Below Sea Level o Sacro GRA o Fuocoammare, anche se alcuni personaggi ritornano più volte.

Si apre con dei soldati che marciano all’alba, poi con un gruppo di madri che visitano le celle dove sono stati detenuti e trucidati i loro figli, poi si sposta in una città, dove un cavallo bianco attraversa le strade trafficate, quindi segue un ragazzino accompagna i bracconieri nelle loro giornate di caccia e i pazienti di un ospedale psichiatrico, che mettono in scena uno spettacolo sulla loro storia.

I detenuti vestiti di rosso di una prigione di stato dormono tutti assieme in una enorme cella dove non ci si può nemmeno stendere per terra, mentre un gruppo di soldatesse irachene ripete una routine di gruppo e un cacciatore di frodo attraversa uno acquitrino con la sua barca, in cerca di anatre.

Sono piccoli momenti estemporanei, che la machina da presa di Rosi riesce a rendere indimenticabili, grazie al suo naturale talento per il senso dell’inquadratura, per l’illuminazione, i cromatismi, il sound design, che in questo caso è ancora più centrale che in passato.

Improvvisamente, in un film quasi privo di parole, Rosi entra in una scuola dove alcuni bambini catturati e torturati dall’ISIS raccontano alle maestre con tutto il pudore e la semplicità che ci aspetteremmo, le atrocità a cui hanno assistito e quando le parole non sono abbastanza, quelle atrocità che ancora tormentano i loro sogni, che affollano la loro memoria, le disegnano.

Le immagini di quei disegni, ancor più delle frasi interrotte di quei due bambini, spalancano un abisso di orrore che toglie il fiato.

Se il viaggio di Rosi va alla ricerca dell’umanità e della bellezza perdute, in una terra martoriata dalla violenza, il cuore di Notturno è tuttavia nero, nero come i vestiti dei terroristi dello Stato Islamico, nero come il sangue rappreso dopo le esecuzioni, le mutilazioni, le torture.

Poi Rosi riprende il flusso delle immagini: racconti incompiuti, vite interrotte, attese interminabili.

Una strada cede, travolta dall’acqua e dal fango, dopo una tempesta notturna, un ragazzo si sveglia all’alba per un’altra giornata buttata via, altri piantonano un posto di blocco in una terra di nessuno, il vento piega i rami di un albero secolare.

Da non perdere.

 

 

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