First Cow

First Cow ***1/2

“I poveri hanno bisogno di capitali per iniziare qualcosa,
un miracolo o un crimine”

Una nave mercantile attraversa un fiume e lo schermo. Un donna a passeggio con il suo cane, scopre nel terreno, lo scheletro di due uomini.

E’ la fine di una storia. Ma è anche l’inizio di quella a cui stiamo per assistere.

Due secoli prima, su quella stessa riva, Otis “Cookie” Figowitz, che guida un gruppo di cacciatori di pelli di scoiattolo, cerca dei funghi per sfamare il gruppo.

Siamo in Oregon, al tempo della corsa all’oro e della frontiera.

Una notte Cookie si imbatte in un cinese, King-Lu, completamente nudo, in fuga da un gruppo di russi che vuol fargli la pelle. Condivide con lui i funghi che ha raccolto e gli regala dei vestiti.

Quando la spedizione dei cacciatori termina la sua escursione, Cookie e King-Lu si ritrovano nei pressi di Fort Tillicum, un piccolo avamposto su cui governa un proprietario terriero inglese, Chief Factor, l’unico che vive in una casa degna di questo nome e non in una capanna di fango e paglia.

Chief si è fatto spedire dalle terre più civilizzate una mucca, che pascola solitaria nella radura.

Quando King-Lu scopre che Cookie è un apprendista panettiere e che con il latte rubato nottetempo alla mucca, è in grado di friggere delle saporitissime frittelle, intravvede l’affare.

La voce si sparge per il piccolo accampamento e arriva sino a Chief, che commissiona a Cookie un clafutis di mirtilli per far bella figura con un capitano francese e con un capo indiano, che ha invitato a casa sua.

La fortuna di Cookie tuttavia sarà solo transitoria…

First Cow è il settimo film della regista indie Kelly Reichardt ed è un ritorno alle atmosfere western di Meek’s Cutoff, dopo due lavori più ambiziosi, ambientati nella contemporaneità, come Night Moves e Certain Women.

Non c’è dubbio che la preferiamo quando il suo sguardo, intimamente minimalista, incontra il paesaggio rurale e la Storia del suo paese, piuttosto che quando si confronta con istanze più contemporanee.

First Cow è un piccolo gioiello, che si nutre del Mito e lo fa a partire da una storia minima, dosando con maestria i tempi del racconto, anche grazie alla fotografia materica, umida e terrosa di Christopher Blauvelt, che usa un formato quadrato, per schiacciare i personaggi nello spazio di scena, quasi sempre all’aperto.

Fin dalla prima immagine, che funge da curioso preludio a quello che poi vedremo, lo spazio e il tempo rimangono sospesi, il montaggio sfrutta le pause, i silenzi, gli sguardi. E’ ellittico e fluviale, come si conviene ad una storia, che racconta un tempo perduto, in cui non c’era alcuna frenesia, alcuna velocità.

La coppia dei due protagonisti, compagni per caso, ma amici sino in fondo, sono il cuore di un’impresa destinata al fallimento. Cookie e King-Lu sono due pionieri, capaci di incarnare fino in fondo lo spirito della frontiera e del capitalismo americano, ma senza alcuna enfasi.

Sono due emarginati, che con l’inganno e l’abilità si fanno strada nel microcosmo locale, accumulando una piccola fortuna, che il caso renderà inutile: rubare il latte al ricco proprietario terriero, per rivenderglielo trasformato in frittelle, che gli ricordano proustianamente quelle di South Kensington.

Un piccolo trattato di economia, insomma.

E che all’inizio di tutto ci sia un crimine, non è neppure così strano.

La Reichardt recupera la tradizione picaresca dei romanzi americani del tempo e la sposa al suo sguardo gentile.

Il modo con cui Cookie parla alla mucca, durante le notti in cui la munge per recuperare il prezioso latte, necessario alle sue frittelle, è solo una delle tante notazioni personali e indovinate, con cui la regista ha deciso di tratteggiare i suoi due antieroi, uno sempre fuori posto, l’altro sempre braccato e in fuga.

First Cow si prende il suo tempo, sfrutta sino in fondo questa dilatazione onirica del tempo e questa concentrazione spaziale, per ricondurci lentamente proprio lì dove tutto era cominciato, quando il crudo realismo mette fine al sogno.

E trova anche la grazia di un finale sospeso, riconciliato, che non si dimentica.

Un film grande, enorme, che sembra piccolo, minuto. E’ questo il miracolo della Reichardt.

Presentato a Telluride a fine agosto 2019, il film è stato in concorso alla Berlinale a febbraio, prima di uscire nelle sale americane per A24, nei primi giorni di marzo, fagocitato dalla pandemia.

Recuperatelo e riscopritelo, magari assieme a I fratelli Sisters di Audiard, con cui condivide l’idea di un mondo perduto.

A

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