Dark – I segreti di Winden 3: un finale emozionante scioglie i nodi di una serie cult

Dark – I segreti di Winden 3 ***1/2

Ci vorrebbe il professor Ian Malcom (Jeff Goldblum), capace di sintetizzare la Teoria del Caos in pochi passaggi e di piegarla a suo vantaggio per corteggiare Ellie (Laura Dern) in Jurassic Park, per raccontare in modo sintetico ed accattivante la trama della terza ed ultima stagione di Dark.

Dato che non possediamo né il suo fascino né le sue competenze professionali, opteremo per una sintesi piuttosto grossolana, di cui ci scusiamo in anticipo. Chi vuole può leggere gli articoli che abbiamo dedicato alle serie passate, per avere un quadro della trama che forse non sarà più chiaro, ma almeno più ampio.

Ci eravamo lasciati con una rivelazione sconvolgente, il passaggio da una pluralità di scale temporali ad una pluralità di mondi. A Winden, nella casa della famiglia Kahnwald, al termine della seconda stagione, Jonas (Louis Hofmann) guarda esterrefatto il corpo senza vita della sua Martha (Lisa Vicari) mentre l’apocalisse sta iniziando. Sembra tutto perduto quando irrompe una ragazza quasi identica alla Martha che vediamo stesa a terra, ma che proviene da un altro mondo. Con un rapido movimento la ragazza attiva una macchina del tempo e sparisce con Jonas, portandolo così in salvo dall’apocalisse imminente. Jonas si ritrova nel mondo della nuova Martha, un mondo dove lui non è mai nato, ma dove in egual modo sta per sopraggiungere l’apocalisse. Due dimensioni destinate allo stesso drammatico destino.

Entrambi i mondi possono essere salvati? Da chi?

Se nella seconda stagione lo scontro era tra il vecchio Jonas (Adam) ed il giovane Jonas supportato da Claudia Tiedemann, nella terza gli antagonisti sono la setta di Adam, ‘Sic Mundus’ che vuole distruggere entrambi i mondi, ed il gruppo di Eva, cioè la vecchia Martha, che vuole salvare il proprio mondo a scapito dell’altro. Una lotta senza esclusione di colpi che coinvolge tutti i personaggi impegnati nelle molteplici linee spazio-temporali e che riserva numerosi colpi di scena, fino alla scoperta che l’origine di tutto non è legata, come credeva Adam, alla nascita del figlio suo e di Martha, ma al passato della famiglia Tannhaus. Tra i due schieramenti si muove Claudia ed è proprio lei a rivelare la verità ad Adam, spiegandogli che l’unico modo per porre rimedio alla sofferenza dei due mondi è un intervento congiunto del giovane Jonas e di Martha.

La terza stagione porta quindi a conclusione l’avventura di Dark, iniziato come racconto della ricerca di un bambino scomparso, il piccolo Mikkel Nielsen, e trasformatosi in un viaggio filosofico attraverso il tempo e lo spazio.

Una stagione complessa, respingente ed impegnativa. Per lo spettatore non è facile prendere posizione: viene infatti descritta una lotta tra fazioni in cui nessuno alla fine può dirsi innocente. Non c’è contrapposizione tra un bene ed un male assoluto, ma ciascuno nei due gruppi cerca solo di conseguire la vittoria, ponendo il fine al di sopra di tutto e di tutti. Il confronto con i personaggi nei diversi piani temporali ci porta di volta in volta ad avvicinarci o ad allontanarci da loro, ma senza una chiara ed unitaria identità è difficile instaurare una negoziazione completa. E’ come se gli stadi dell’evoluzione della personalità rimanessero divisi, cristallizzati: per fare un esempio ci raffrontiamo con il giovane Noah, uomo innamorato e padre affettuoso ed abbiamo di lui un’opinione molto diversa rispetto al Noah più maturo che si finge prete e che non esita ad eseguire tutti gli spietati ordini di Adam.

E’ però il collegamento tra i due Noah che manca: li percepiamo piuttosto come uomini diversi che come due stadi della stessa personalità. Sballottati come siamo tra mondi ed epoche ed impegnati a ricostruire un esile filo di collegamento tra le dimensioni spazio-temporali ed i personaggi, ci dimentichiamo presto dell’urgenza alla base del viaggio. Questa soverchiante attenzione che la sceneggiatura ci impone alla struttura si scioglie nell’intimità relazionale solo nell’episodio finale, proprio quando la cura maniacale della correlazione viene meno: non si capisce infatti da dove Claudia abbia tratto l’informazione decisiva sul ruolo di H.G. Tannhaus nella creazione dei mondi separati di Martha a Jonas. L’episodio finale supera il limite maggiore che la serie aveva espresso in questa stagione: parlare solo alla parte razionale e non a quella emotiva dello spettatore.

Il groviglio di salti temporali è tale nel terzo atto di Dark da soffocare tutto quello che non è riconducibile alla trama dell’apocalisse. L’articolazione delle vicende peraltro esprime relazioni profonde, soprattutto di natura genitoriale, ma l’abbandonare una situazione per poi riprenderla, magari a distanza di diversi salti temporali, finisce per edulcorare il pathos e sbriciolare le emozioni. Sembra anche che talvolta una certa situazione emotiva e le sue conseguenze abbiano esclusivamente lo scopo di portare da qualche parte lo spettatore o di spiegare un successivo comportamento: non esprimono un valore narrativo autonomo.

L’umanità nel suo complesso dimostra tutti i propri limiti: gli uomini sono mossi solo dal proprio egoismo o dalla cura dei propri cari. Il resto poco importa, anzi sono numerosi i tradimenti, le ambiguità, le crudeltà. Non si sa di chi fidarsi né fino a che punto ci si possa fidare anche dei propri amici.

E’ l’egoismo l’unico motore delle azioni umane? Se le prime due stagioni sono state soprattutto espressione della lotta tra l’ineluttabilità e la volontà, la terza piuttosto sembra essere uno scontro tra l’egoismo e la cura degli altri. E’ nella rinuncia alla propria felicità, portata all’estremo, che la missione di Jonas e Martha si può realizzare. Nel finale della più violenta delle tre stagioni il viaggio percorso assume un sapore nuovo, intenso e speziato. Un sapore di connessione che supera il singolo, la famiglia o la comunità per abbracciare una dimensione più ampia.

La serie tecnicamente è ancora una volta impressionante. Ottima la scelta musicale, anche se l’aspetto più riuscito sono sicuramente gli effetti sonori, capaci di creare il giusto livello di tensione, di accompagnare in modo divenuto iconico i passaggi temporali e di sottolineare i momenti salienti della vicenda. Gli episodi sono costruiti con un’architettura che prevede l’utilizzo a ¾ della puntata di una canzone melodica che accompagna le immagini dei protagonisti, spesso utilizzando la tecnica dello split screen per mostrare azioni contemporanee o lo stesso personaggio in più fasi della sua vita. Probabilmente lo scopo del format ripetuto, così come la scelta di modificare l’aspect ratio delle scene ambientate nel mondo originario è dare allo spettatore dei punti di ancoraggio per affrontare la ripida scalata che lo aspetta. La scenografia ed i costumi sono fondamentali per ricostruire in modo credibile ed affascinante le diverse epoche ed utilizzano piccole variazioni per rappresentare i mondi di Jonas e di Martha. Anche il cast riesce a rendere in modo efficace e mai stereotipato i protagonisti della serie introducendo delle piccole variazioni ai caratteri tra un mondo e l’altro: Louis Hofmann (Jonas) in particolare non scivola mai nell’eccesso o nella caratterizzazione eccessiva. La fotografia desaturata conferisce grande rilievo ai dettagli dell’immagine (si ricordi l’iconico impermeabile giallo della prima stagione) e si conferma come uno dei tratti distintivi a livello visivo della serie.

La conclusione della vicenda passa dall’inserimento di tutti i tasselli in un mosaico narrativo stratificato, complesso ed affascinante. Un universo architettonico coerente che gli autori, Baran bo Odar e Jantje Friese avevano pianificato con cura fin dall’inizio, portando all’estremo la richiesta allo spettatore di attenzione, concentrazione e disponibilità. Per gran parte degli otto episodi di questa terza stagione ci troviamo infatti di fronte ad un viaggio senza coordinate, esposti alle intemperanze di personaggi che facciamo fatica a riconoscere e ad inquadrare in modo immediato. Ancora una volta una serie Tv ha spostato l’asticella, chiedendo allo spettatore di andar al di là delle tradizionali esperienze di visione. Più della domanda conta però la risposta: positiva, se è vero che gli utenti di Rotten Tomatoes hanno giudicato Dark il miglior titolo originale Netflix. Meglio di Black Mirror, tanto per capirci.

Una serie di questo tipo sarebbe stata inguardabile fino ad una quindicina di anni fa e non tanto per i contenuti quanto per la struttura narrativa.

L’accavallarsi di cinque-sei linee temporali nel medesimo episodio, con la sovrapposizione di tre diversi piani spaziali rende la visione particolarmente difficile. Allo spettatore per poter procedere non resta altro da fare che abbandonarsi al magma narrativo, accettando di non capire tutto, ma sperando di ricevere una gratificazione finale in grado di ricompensare l’affidamento compiuto.

Avrete capito perché ci saremmo volentieri affidati al professor Malcom per aiutarci in questa recensione. Certo lui avrebbe obiettato che il tratto distintivo dei sistemi complessi è il loro alto grado di imprevedibilità. In un sistema caotico infatti solo in teoria è possibile prevedere cosa succederà, perché farlo è estremamente complesso, per il peso delle anche più minute variabili. In pratica un sistema complesso (come un mondo) ha parametri talmente numerosi da rendere impossibile prevedere il risultato di un’azione.

Ma questa sarebbe tutta un’altra storia …

Titolo originale: Dark
Durata media episodio: 60 minuti
Numero degli episodi: 8
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Sci-fi Mystery Drama

Consigliato: a quanti vogliono misurarsi con una serie di ottimo livello tecnico, affrontando una visione impegnativa, ma gratificante.

Sconsigliato: a quanti non sono disposti ad immergersi in un universo complesso, lasciandosi portare dal flusso narrativo senza poter controllare e capire esattamente tutto quello che succede.

Visioni parallele:

I viaggi nel tempo sono un tema che ha ispirato molti scrittori e che ha da sempre riscosso l’interesse e la curiosità dei lettori. Ne ricordiamo almeno due:

22.11.63 di Stephen King, edito in Italia da Pickwick. Il libro racconta il viaggio del professor Epping per cambiare la storia americana cercando di impedire l’assassinio di JFK. Dal libro è stata tratta nel 2016 anche una miniserie targata Hulu e prodotta da J.J. Abrams e James Franco.

Il volume I viaggi nel tempo di James Gleick, edito in Italia da Codice Edizioni, ripercorre in modo vivace e con uno stile accattivante le principali trattazioni artistiche del tema, passando da Einstein a Dick, da Proust a Woody Allen.

Un’immagine: il primo piano di Hannah quando, dopo qualche secondo di attesa alla domanda sul nome che intende dare al figlio che porta in grembo dice: “Penso che Jonas sia un bel nome”. Con questa sequenza si chiude la serie, lasciando nello spettatore una sottile inquietudine ed il dubbio che anche in questo nuovo mondo le vicende di Jonas e Martha possano ripetersi. O forse semplicemente ricordando che il sacrificio di noi stessi è l’unica via, in tutti i mondi, per garantire l’esistenza della specie umana.

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