Homeland 8: la verità non vale nulla, se nessuno può ascoltarla

Homeland 8 ****

“Qualunque cosa faccia non perde mai di vista l’obiettivo”, dice l’anziano Saul Berenson alla giovane Jenna Bragg in uno dei momenti topici dell’ultima stagione di Homeland. Ultima in senso assoluto, final season a tutti gli effetti. Homeland si chiude per sempre. A chi si sta riferendo Saul? Naturalmente a Carrie Mathison. Nel formulare un giudizio sintetico su questa serie epocale (nel senso che, come poche altre serie, è in grado di riflettere e caratterizzare una fase storica), potremmo prendere a prestito la frase pronunciata dal barbuto Consigliere per la Sicurezza Nazionale a proposito di quel diavolo di Carrie. “Non perde mai di vista l’obiettivo, anche quando sbaglia, ed è l’unica persona che conosco di cui io possa dire questo”. Anche Homeland ha imboccato strade tortuose ed è inciampata in errori di sceneggiatura nel corso dei suoi dieci anni di vita, non perdendo però mai di vista il target. Homeland ha preso spunto dagli sviluppi schizofrenici della geopolitica mondiale post-guerra in Iraq e quindi, per estensione post-11 Settembre, imbastendo all’interno di coordinate reali un lavoro di invenzione unico nel suo genere.

Homeland fin dagli esordi ha intrecciato un confronto dialettico con l’attualità e anche stavolta il tempismo è stato perfetto. Nei piani di partenza, i dodici episodi erano attesi un anno fa ma alcune complicazioni legate alla produzione (le scene sono state girate in Marocco) hanno causato un provvidenziale ritardo. L’ottava stagione, ambientata in Afghanistan e Pakistan, è quindi iniziata il 9 Febbraio 2020. Appena venti giorni dopo, a Doha, sono stati siglati gli accordi di pace tra talebani e Stati Uniti.

È un esercizio di pura fantasia pensare a un patto tra gli autori di Homeland e gli strateghi della Casa Bianca, ovvero che i secondi abbiano consigliato i primi di posticipare opportunamente la distribuzione, o che, viceversa, i primi siano stati così persuasivi da convincere i secondi a procrastinare la firma fino ai tempi della messa in onda? Sì, ovviamente, è pura fantasia. Tuttavia, risponde a verità, non a leggenda, il contatto stabilito tra gli autori di Homeland e i vertici dell’Intelligence in funzione di uno scambio di reciproche valutazioni e impressioni. Ed è noto come spesso gli agenti della CIA siano rimasti spiazzati dalla capacità della serie di replicare o perfino anticipare le loro scelte operative.

Cos’è successo esattamente a Doha? I negoziati, avviati nel settembre 2018 dall’ambasciatore statunitense Zalmay Khalilzad, sono sfociati in un accordo “di pace”. “Pace”, usiamo le virgolette perché già tre giorni dopo le forze statunitensi sferravano un attacco “difensivo” contro i talebani nel sud del paese. Il tavolo delle trattative prevedeva quattro punti: fine delle ostilità, interruzione dei rapporti con le organizzazioni terroristiche, segnatamente Al-Qaeda, avvio di un dialogo tra taliban e governo di Kabul, e infine, least but not last, ritiro delle truppe statunitensi dal suolo afgano. Ai talebani, com’è noto, preme soprattutto quest’ultimo punto. Anche il Presidente Trump vuole riportare i soldati a casa in un anno di elezioni presidenziali ed entro l’estate il numero di militari americani dovrebbe così calare da 14.000 a 8.600 unità.

I taliban però, come prevedibile, hanno rifiutato il dialogo con il grande escluso del percorso negoziale, il presidente afgano Ashraf Ghani, giudicato un fantoccio nelle mani del nemico. In tutta risposta, Ghani ha negato lo scambio di cinquemila combattenti imprigionati in carcere con mille appartenenti alle forze di sicurezza catturate dai talebani. Successivamente, mossa mascherata da “misura di contenimento del virus COVID-19”, il governo ha acconsentito alla liberazione di mille prigionieri.

Cosa accade invece in Homeland? La questione centrale è, coincidenza, il disimpegno americano dall’Afghanistan. Vediamo Saul Berenson incastrare, tassello dopo tassello, le pedine dell’intricato mosaico afgano, per giungere ad uno storico compromesso di pace (senza virgolette stavolta). Saul aggancia il “Comandante dei fedeli” Haissam Haqqani, grande capo dei talebani e gli prospetta i vantaggi di un accordo con il nemico, nella persona del presidente Daoud. Oltre ai governi, sul campo si muovono servizi segreti russi, pakistani, ovviamente americani.

All’interno di ogni schieramento emergono frizioni e si evidenziano conflitti di potere, che ostacolano il paziente lavoro del consigliere Berenson. Per il vicepresidente afgano G’ulom, desideroso di instaurare una rigida autocrazia nel paese, ogni occasione è buona per denunciare le crudeltà dei talebani. Altro che pace! G’ulom vorrebbe spazzarli via dalla faccia della terra. L’intelligence pakistana, l’ISI, ha l’ambizione di utilizzare i guerriglieri a proprio vantaggio e teme il loro ritiro dallo scenario della guerra civile. A sua volta, l’alleanza dei clan talebani è instabile. Haqqani padre ha un figlio, Jalal, ansioso di entrare in scena da protagonista. E poi…

E poi c’è, principalmente, Carrie Mathison. Carrie è reduce da un’intensissima e dolorosa terapia di riabilitazione in un centro di salute mentale in Germania. L’intuizione diabolica di Homeland sta nell’ostentare, da sempre, quale fattore destabilizzante, la sua malattia psichica.

La follia è un elemento accidentale, un inconveniente casuale, o, piuttosto, il quid della professione di agente segreto, il marchio del caos che si imprime in lei con estrema, scandalosa nettezza? A meno di trasformare la nostra recensione in una tesi di laurea, è impossibile ripercorrere nel dettaglio le vicissitudini, professionali e sentimentali, dell’ex agente CIA, durate il lasso di tempo virtuale di otto stagioni televisive.

Basti dire che Carrie, oltre a essere bipolare, ha una figlia di nome Franny, concepita con un ufficiale dei Marines, Nicholas Brody, convertitosi alla Jihad (poi giustiziato in Iran). Questo evento originario ha generato il mito di Homeland. Carrie ha arrostito terroristi e favorito colpi di Stato nello scacchiere mediorientale, ha saggiato l’onta morale del cosiddetto “effetto collaterale”, ovvero l’uccisione involontaria di innocenti, e ha tentato di riparare, invano, sotto l’ala buona delle ONG, ha contrastato le fake news e seguito da vicino le pericolose trasformazioni della democrazia americana. Nella final season, Carrie, free lance dello spionaggio, è richiamata da Saul per risolvere insieme a lui la questione afgana. Tutto lineare, stavolta? Macché.

Carrie ha sperimentato una labirintica prigionia in Russia. Separata dai suoi farmaci, sprofondata in stati di allucinazione, la bionda (ex?) spia, durante “i folli giorni di Mosca”, è stata “assistita” da Yevgeny Gromov, un ufficiale del GRU, già KGB, che, a quanto pare, l’ha salvata da conseguenze peggiori. Oppure l’ha arruolata? O addirittura, tra loro, c’è stato di più?

In Afghanistan i due si ritrovano e Carrie ripone in lui la sua fiducia (anche se, tra agenti segreti, non si può mai essere sicuri di nulla). Nell’ottava stagione riappare anche Max Piotrowski, il geniale tecnico informatico alleato e amico del cuore di Carrie. Tuttavia… “io l’ho usato”, dice Carrie, maledendo se stessa a cospetto dell’irreversibile. Le relazioni umane in Homeland sono scivolose. Cinismo e sincerità si confondono. In questo alone di tragica ambiguità morale sta il fascino della serie.

L’ottava stagione avanza a passo lento, finché l’elicottero che trasporta due presidenti in procinto di firmare l’agognato accordo di pace, lo statunitense Warner e l’afgano Daoud, precipita in un quadrante controllato da forze ostili. Attentato o incidente? L’affanno di Carrie, alla caccia della scatola nera (in realtà di un rosso sgargiante, perfino i nomi ci ingannano), che sola, con il suo contenuto, può dipanare i dubbi sull’accaduto e imprimere un differente corso alla Storia, sintetizza le peripezie di una vita spesa a rincorre la verità. Una verità che non è mai gratuita, ma, al contrario, ha un prezzo alto. A volte, altissimo.

A Warner subentra l’impreparato Hayes, a Daoud il temibile G’ulom, mentre Jalal figlio, accecato dal radicalismo settario, succede al padre. Sono i giovani guastatori a segnare un cambio di paradigma, una rottura, all’interno delle organizzazioni. John Zabel consigliere rampante, stuzzica nell’orgoglio il neopresidente USA e attacca i vecchi arnesi della Casa Bianca, una “confraternita di grassoni” tacciata di scarso coraggio (“Tu credi che l’America non possa vincere nessuna guerra”). Siamo giunti alla fine di un’epoca. Anzi, siamo già entrati in un’altra, sconosciuta, dai contorni non definiti. L’invasione del Pakistan, da tabù, diviene opzione reale. Carrie è imputata di cospirazione e alto tradimento. Saul, nello spiegare le mutazioni in atto, parla di “contagio”,  analogia che suona involontariamente sinistra alle nostre orecchie…

I personaggi fittizi di Homeland incarnano lo spirito della tragedia della politica e delle relazioni internazionali contemporanee. Dopo la fine della logica novecentesca dei blocchi contrapposti, il bianco e il nero si mescolano in un grigio indistinto. In un sistema multipolare e irrigidito dai sovranismi, il desiderio di protagonismo di giocatori spregiudicati esaspera tensioni e consente mosse un tempo inibite dallo spauracchio della guerra nucleare. In Homeland la domanda sottesa è: chi custodisce, oggi, i valori della democrazia americana? Di più: che fine hanno fatto i principi sanciti dai Padri costituenti? Sono ancora validi o sono morti?

Le macchinazioni di Carrie e Saul rispondono a una Causa, ad un’istanza di Giustizia profonda, sepolta sotto strati di menzogne. Sopravvissuti a una volontà di potenza che stritola, Carrie e Saul, diversi eppure uniti, attingono ad un residuo senso di responsabilità, una forma di lealtà istintiva verso un mondo drammaticamente prigioniero della guerra.

Preservare i delicati equilibri internazionali, salvare la pace dagli attacchi dei fanatici, difendere l’America da se stessa: i sacrifici richiesti sono enormi e il male commesso per fare il bene non scompare, bensì infetta l’esistenza. Carrie combatte con la malattia. Saul ha perso i suoi affetti. Forse, per perseguire ciò in cui si crede, è possibile vivere solo sulla stretta linea di confine tra il dentro e il fuori, tra la regola e l’eccezione…

In una scena, Carrie incappa nel luogo maledetto dove il suo senso di colpa ha piantato radici. Un cimitero disseminato di lapidi, bianche cicatrici a perenne ricordo di una strage di innocenti perpetrata sotto il suo comando. “Fu allora che le crepe cominciarono ad apparirmi come soluzioni”. Qui il volto di Carrie alias Claire Danes si trasforma in una maschera di irrequietezza, di dolore rappreso, di pianto che non sgorga mai abbastanza. Una maschera che ci mancherà. Allo stesso modo, ci mancherà il sofferto pragmatismo di Saul, al secolo l’attore e cantante Mandy Patinkin. La creatura di Alex Gansa e Howard Gordon resterà negli annali della cultura televisiva per aver provocato le reazioni piccate di un governo straniero, il Pakistan, una ferita certamente non lenita dalla scelta di attribuire ad un’attrice indiana, Nimrat Kaur, il ruolo di capo dell’ISI. Nell’ottava stagione trova maggiore spazio Costa Ronin, già Oleg Burov in The Americans, altra serie chiave dell’ultimo decennio, una sorta di parente stretta di Homeland. La storia dei coniugi Jennings termina con il viaggio di ritorno a Mosca. La fredda Mosca, una meta distante, oscura, nemica. Vero, Carrie?

TITOLO: Homeland – Ottava Stagione
NUMERO DI EPISODI: 12
DURATA DEGLI EPISODI: tra i 45 e i 65 minuti l’uno
DISTRIBUZIONE: Showtime, in Italia su Fox
DATA DI USCITA:
dal 9 Febbraio, in Italia dal 9 Marzo 2020
GENERE: Spy, Drama, Thriller

CONSIGLIATA A CHI: nasconde messaggi nei libri, ha un amico che porta fortuna.

SCONSIGLIATA A CHI: ha sulle spalle una responsabilità non voluta, si prende meriti che non ha.

LETTURE E VISIONI PARALLELE:

  • Un’analisi del ruolo dell’America dell’era Trump nel nuovo contesto internazionale: Manlio Graziano, L’isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti (Il Mulino, 2018);
  • La vita di una dodicenne nell’Afghanistan dei talebani, in un film presentato al Festival di Berlino: Mina Walking di Yosef Baraki (2015), disponibile su Amazon Video Prime.

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