All Day And A Night

All Day And A Night *1/2

Drammone all black, gonfio della peggior retorica sul destino cinico e baro, che se la prende sempre con gli afroamericani e ne tormenta le generazioni di maschi, che in un modo o nell’altro finisco sempre per cacciarsi nei guai e finire in prigione, il film di Joe Robert Cole, lo sceneggiatore di Black Panther, affonda in una noia mortifera dopo appena quindici minuti e non si riprende più, trascinandosi stancamente per oltre due ore.

Per raccontare con tre diversi piani temporali la storia di Jahkor e di come sia finito in carcere a vita, per aver ucciso a sangue freddo Malcolm e sua moglie, Cole utilizza metodi, che sarebbero parsi antiquati persino agli autori dei vecchi sceneggiati televisivi.

Scimmiottando la struttura tripartita e i colori di Moonlight, da cui prende persino il protagonista, Ashton Sanders, ma mescolando i piani narrativi, il film ci racconta l’infanzia di Jahkor, con un padre drogato e omicida, manesco e violento, il periodo della sua giovinezza in cui cerca di star lontano dai guai, lavorando e creando musica hip hop, e infine la sua vita in carcere, dopo il doppio omicidio inspiegabile, che l’ha condotto all’ergastolo.

Su Jahkor si abbattono una serie di sfortune, che neppure la nuvoletta del Rag. Fantozzi.

Del padre abbiamo già detto: si ritroveranno in prigione, due ergastolani che quasi non si conoscono. L’amico di una vita, Lanmark, torna dall’Afghanistan in sedia a rotelle e poi cade in coma, dopo un intervento chirurgico andato male.

L’altro amico TQ diventa uno spacciatore violento, che cercherà persino di ucciderlo, dopo aver tentato la scalata al potere.

Il boss del quartiere, Big Stunna, è all’origine dei suoi guai giudiziari.

La fidanzata Shantaye, che attende un figlio da lui, ha girato un film porno che tutti si scambiano, prendendosi gioco di Jahkor.

La sua carriera da rapper non decolla mai, nonostante passi tutto il tempo a comporre e provare rime.

A sottolineare ulteriormente, qualora non fosse già tutto terribilmente chiaro, una voce off di rara pedanteria, che vorrebbe raccontarci, in modo manicheo e pietoso, quanto sia difficile essere neri negli Stati Uniti.

Eh già. Stavamo proprio aspettando Joe Robert Cole, per capirlo.

Il film è un disastro completo, senza una sola idea originale. Tutto già visto, già sentito, con la pretenziosità pomposa di chi pensa di aver scritto il film del decennio.

lI successo sensazionale di quell’altro “capolavoro” di introspezione e sottigliezza narrativa, firmato da Cole, ovvero Black Panther, deve avergli dato alla testa.

Cole forse pensava di essersi di colpo tramutato in un novello James Baldwin. Purtroppo non è così. E non è nemmeno vicino alla sensibilità, al rovello identitario e all’eleganza di Jenkins.

Del tutto sprecato il cast: Sanders fa quello che può, ma il suo personaggio rimane distante e le sue motivazioni incomprensibili, Jeffrey Wright anonimo e silenzioso, si aggira per il film con un personaggio talmente stereotipato da gridare vendetta, Yahya Abdul-Mateen II è altrettanto anodino nella parte del boss. Sugli altri è giusto cali il silenzio.

Molesto.

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