L’altra metà

L’altra metà **1/2

Dopo il debutto con Saving Face nel 2005 la carriera cinematografica di Alice Wu aveva subito un lungo stop, riempito di progetti abortiti e forse anche di occasioni perdute.

Ora la regista californiana di origini taiwanesi, una laurea e un master in computer science a Stanford, poi molti anni a Microsoft, è riuscita a realizzare il suo secondo progetto, L’altra metà, premiato come miglior film al Tribeca, svoltosi interamente online.

Si tratta, come è evidente, di una sorta di nuovo esordio, che ha la freschezza, l’ingenuità e il portato emotivo e ideale di un’opera prima.

Anche perchè coinvolge protagonisti adolescenti, che frequentano il liceo di un piccolissimo e bigotto paese della provincia profonda Squahamish.

Qui vive e studia Ellie Chu, studentessa modello, figlia del capostazione locale, trasferitosi negli Stati Uniti col miraggio di una carriera da ingegnere, ma rimasto bloccato dalla morte prematura dellamoglie e dalle sue difficoltà con l’inglese.

Ellie, ostracizzata dai bulli del paese, in realtà lavora per quattro, scrivendo saggi e tesine a pagamento per i più asini.

Quando Paul, un sempliciotto timido, che abita di fronte a lei le chiede di scrivere per lui delle lettere d’amore per Aster Flores, la bellissima fidanzata di Trig, il rampollo della famiglia più ricca in città, le cose si fanno complicate.

Perchè Ellie trova in Aster un’anima affine e mette in discussione le sue certezze sentimentali, ma deve giocare dietro le quinte, lasciando a Paul il ruolo da protagonista.

Il film ruba a Rostand e al suo celeberrimo Cyrano, l’idea che l’amore sia un gioco di parole e di scoperte e ne aggiorna l’intreccio leggero e ispirato, alle incertezze identitarie e sessuali.

Ellie non è solo l’unica sino-americana agnostica nella tetragona comunità protestante, ma è portatrice di un’identità sessuale fluida, che trova in Aster il peso decisivo per sbilanciare gli equilibri.

Il film è punteggiato da una serie di notazioni culturali e antropologiche molto gustose, che arricchiscono tutti i personaggi di secondo piano, facendoci entrare, sia pure per qualche momento, nei desideri e nelle paure delle loro vite.

Wu gioca su molti livelli diversi il contrasto perenne tra tradizione e innovazione: a scuola, al saggio di musica, nella macelleria dei genitori di Paul, a casa di Ellie e nel rapporto con Aster, persino in chiesa, dove il film trova il climax narrativo, che ricorda in qualche modo Il laureato di Mike Nichols.

Eppure non tutto funziona alla perfezione e il film proprio alla fine si incarta un po’, è incapace di scegliere e vuole regalare a ciascuno dei suoi personaggi un finale agrodolce, che non scontenti nessuno, ma non realizzi neppure i loro desideri.

Forse la vita è compromesso, eppure, dopo aver tratteggiato a colori vividi l’esistenza di questo piccolo gruppo di adolescenti, lasciarli improvvisamente in un limbo sfumato e grigio, non fa onore alla Wu.

Bravissima Leah Lewis, che ha dalla sua il personaggio più complesso e quello che tiene la scena dalla prima inquadratura all’ultima. Non meno interessante Alexxis Lemire, al suo debutto cinematografico, che nella morbidezza delle forme e nella sensualità naturale della sua Aster, finisce per essere l’oggetto del desiderio di troppi.

Sfrondato dalle troppe citazioni e dalle troppe interpunzioni extranarrative, il film resta un lavoro sensibile e sentito. Fosse un esordio, lo troveremmo senz’altro incoraggiante.

Ora però ci attendiamo dalla cinquantenne Alice Wu, un nuovo passo avanti.

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