Time to Hunt

Time to Hunt **1/2

Presentato alla Berlinale lo scorso mese di febbraio, l’esordio nel lungometraggio del coreano Yoon Sung-hyun è un heist movie, che si trasforma in una caccia all’uomo spietata e sanguinaria.

L’azione prende le mosse in una Corea distopica di un futuro prossimo, in cui l’economia è colata a picco, con un’inflazione disastrosa, che ha lasciato interi quartieri fantasma, in balia di bande e disperati.

Le poche banche ancora aperte vengono assaltate con i fucili automatici. Il cambio con il dollaro è vietato per legge e permesso solo nell’universo parallelo della criminalità.

Dopo aver rapinato una gioielleria tre anni prima, assieme a due amici, Jun-seok si è fatto tre anni di carcere. Quando esce è convinto di potersi finalmente godere i soldi del colpo, progettando una nuova vita a Taiwan, sul mare, dove ricominciare tutto. Scopre invece dai soci Ki-hoon e Jang-ho che i soldi rapinati un tempo non valgono più nulla e sono stati cambiati, prima che fosse impossibile farlo, in soli 2.000 dollari.

Il sogno infranto del protagonista diventa il motore narrativo per rimettere in piedi la banda di un tempo e tentare un nuovo colpo ad un casinò clandestino, che ha una cassaforte piena di dollari.

Ai tre si aggiunge Sang-soo, che deve a Jun-seok dei soldi e che lavora come cameriere nella casa da gioco.

Il colpo riesce, ma sulle loro tracce si ritrovano l’implacabile killer Han, assoldato dai potenti e misteriosi proprietari del casinò, che vogliono recuperare i preziosi hard disk delle telecamere di sicurezza, trafugati  dai quattro assieme ai soldi. Gli HD contengono le immagini dei loro clienti vip e la registrazione degli accordi sul riciclaggio.

Comincia così un gioco mortale tra Han e i suoi bersagli…

Il film di Yoon Sung-hyun è figlio di quella stessa irresistibile wave che dall’inizio del nuovo secolo ha attraversato il cinema coreano, spaziando indifferentemente da proposte più solidamente di genere, con una predilezione per l’horror e il thriller, ma non disdegnando la fantascienza, il kolossal storico, il western addirittura e arrivando sino alle commedie minimaliste di Hong Sangsoo e alle riflessioni più decisamente d’autore di Kim Ki Duk o di Bong Joon Ho.

Yoon Sung-hyun mostra sin dal suo esordio, preceduto tuttavia da diversi e acclamati cortometraggi, una maturità espressiva notevole, una capacità di costruire un universo narrativo coerente, compatto, sia pure in questo caso non particolarmente originale.

L’idea di giustapporre almeno tre diverse maglie narrative, ovvero la fantascienza realistica, il film di rapina e la caccia all’uomo, è interessante e dà vita ad un microcosmo originale, in cui i cinque personaggi principali, il killer e la banda, si muovono in una città vuota, devastata, in strade deserte, in cui non ci si riesce mai a nascondere.

Nessun elemento si frappone tra Han e le sue prede, se non lo scheletro di un’architettura urbana che sta andando in pezzi.

Le immagini sono solcate da luci di taglio fortissime e da colori che aumentano il carico espressivo della tensione, che spesso si alimenta del buio della notte.

Le presenze umane sono ridotte al minimo. Persino l’ospedale dove uno dei quattro della banda viene ricoverato è praticamente vuoto.

Dopo la prima metà il film si dipana soprattutto per grandi set labirintici – il parcheggio, l’ospedale, i magazzini del porto – in cui si gioca la sopravvivenza del sogno di Jun-seok: la minaccia di Han rimane quasi sempre invisibile, i quattro banditi sentono la sua presenza, subiscono i suoi colpi, ma sempre da lontano. Il killer preferisce il fucile alla pistola: sfrutta la sua abilità mimetica, l’effetto sorpresa e le tecnologie che misteriosamente la polizia gli mette a disposizione.

Ma anche Han commetterà un errore, finendo per essere preda a sua volta.

Se tuttavia la progressione drammatica diventa piuttosto prevedibile nella seconda metà e i tempi si fanno un po’ troppo dilatati, il film si riscatta nel finale, che suona curiosamente vicino a quello di Parasite: una sorta di chiamata alle armi, di resistenza attiva, che contraddice il desiderio di fuga da cui Time to Hunt prende le mosse.

Curioso poi come il regista contrapponga la desolazione apocalittica della città alla relativa quiete della campagna, dove vivono i genitori di Ki-hoon: un’altro degli elementi su cui il cinema coreano è tornato più volte nel corso di questi anni.

Il film è arrivato su Netflix il 23 aprile 2020, dopo un contenzioso sui diritti, che ne ha ritardato l’uscita di due settimane. La visione televisiva verosimilmente penalizza l’astrazione formale che Yoon ha tentato di infondere al suo lavoro e il ritmo ipnotico e immersivo che si intuisce sia uno degli elementi significativi del film.

D’altronde, la differenziazione delle strategie distributive, si è fatta un’esigenza decisiva in questi mesi di pandemia e accogliamo volentieri la scelta di arrivare al proprio pubblico in tempo e nell’unica maniera possibile, in questo momento.

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