Berlinale 2020. Volevo nascondermi

Volevo nascondermi ***1/2

Un occhio ci scruta da sotto un velo scuro.

È un occhio di matto che non distoglie lo sguardo quando lo fissi. È sensibile ai dettagli e quando rimane incagliato in un particolare che richiama epoche oscure, trasmette subito scariche elettriche al resto del corpo. Le scariche lo fanno arrabbiare. Urla, strepita, schiamazza e va a fuoco finché qualcuno non corre a zittirlo a suon di calci, o lo affoga nell’acqua che dovrebbe dissetare i maiali del cortile di casa sua, o lo rinchiude in un sanatorio in mezzo ad altri mostri scomodi, deformi.

L’occhio sta sotto il velo ma non ha paura, sa solo che deve nascondersi per il suo bene. La sua vita sarà un tavolo vuoto in un ristorante, un bacio interrotto prima ancora di iniziare, un eremo nei boschi con una parete dipinta a metà e poi cancellata in un impeto di autodistruzione.

Con Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, presentato in concorso alla 70esima Berlinale, Elio Germano diventa Antonio Ligabue, l’artista folle che “ricorda un po’ quello olandese” nella sua follia dura e nei suoi quadri materici, esplosioni di un attaccamento alla natura inevitabile per chi è nato inadatto alla società.

Dall’infanzia adottiva in Svizzera al trasferimento forzato in Emilia Romagna, passando per i periodi di reclusione in manicomio, l’ostracizzazione, il vagabondaggio, fino al successo improvviso di pubblico e critica, Diritti e la sceneggiatrice Tania Bordoni annullano i gradi di separazione per regalare un ritratto che va oltre tempo, spazio e circostanze per sprigionare tutta la potenza della vita vera.

Una lente dai bordi sfocati ci catapulta subito in soggettiva. Dalle primissime inquadrature, chi guarda è costretto a scegliere. Siamo nella stanza di un dottore e Ligabue è un pazzo. Allora si può decidere di concentrarsi su quel perimetro indefinito, spostare l’attenzione sugli stravolgimenti imperscrutabili e violenti di una mente costantemente sull’orlo dell’abisso, oppure rimanere al centro, notare come i colori siano vividi, i soggetti straripanti di stimoli nella prospettiva del protagonista. Possiamo decidere di sentire come lui sente, lasciando che le braccia gli diventino ali e la gola un canale da cui sgorgano gorgoglii acuti mentre dipinge un gallo, oppure possiamo essere gli abitanti di Gualtieri e rimanere affascinati dall’ossimoro di una bestia così sciagurata e brutta che produce capolavori appena avvicinato a una tela o a un blocco d’argilla.

Cavalli sproporzionati, tigri, piante esotiche e sgargianti popolano le sue tele da quando Renato Mazzacurati e sua madre lo accolgono in casa e gli danno i mezzi per esprimersi. Un mondo di illusione che però non scade mai nel ridicolo, perché lui quelle tigri le sa trovare nella stizza di un gatto randagio e quelle piante le sogna lucidamente mentre fissa la superficie imperturbabile del Po.

Germano è fenomenale nel lasciarsi pervadere completamente dallo spirito di Ligabue, che rinasce per noi in ogni suo aspetto, dalla tragedia alla leggerezza di bambino. Calatosi in uno stato di pura alienazione, diventa una maschera su cui proiettare l’umanità. Nel suo sfregarsi le tempie per “scacciare gli spiriti maligni” ritroviamo il bisogno disperato di essere amati e sentire un contatto, nel suo inginocchiarsi incerto e lacrimoso di fronte a una delle uniche donne che gli abbiano mai voluto bene c’è vulnerabilità pura, nell’abbraccio di lei una pietà così profonda da non dover chiedere di essere espressa a parole.

Morbido nel suo tulle rosa, aggraziato come il cigno che avrebbe sempre voluto essere, Germano/Ligabue dà l’estremo saluto alla macchina da presa e continua il suo percorso da solo, altrove.

La biografia di un artista diventa a sua volta opera d’arte.

Nelle sale dal 26 febbraio.

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