Madre

Madre ***1/2

“The mother’s love for her child is very strong in korean society,
almost on the borderline of being an obsession”
Bong Joon Ho, 2009

Reduce dal successo travolgente di The Host, prima di cedere alle lusinghe hollywoodiane, Bong Joon Ho decide di portare sullo schermo una piccola storia rurale di una madre e un figlio, in cerca di giustizia, scritta assieme a Park Eun-kyo.

Mother (Madeo) debutta a Cannes ad Un certain regard nel 2009, acclamato soprattutto per l’interpretazione di Kim Hye-ja, un’attrice televisiva notissima in patria, ma del tutto sconosciuta al cinema internazionale.

A lei Bong regala il ruolo di una madre ostinata, vedova e senza nome, che vive vendendo erbe medicinali e praticando l’agopuntura, in una piccola città del sud.

Il film si apre proprio con lei, da sola, smarrita in un campo di grano dorato. All’improvviso però comincia un balletto, triste e folgorante assieme. La stessa danza disperata tornerà circolarmente nel finale, quando tutto è perduto e non bastano più nemmeno il lirismo della musica a salvarci dal buio dell’oblio.

Con lei vive il figlio disabile Do-joon, che si accompagna ad un amico teppista, Jin-tae.

Una notte, dopo una serata di bevute, Do-joon segue una liceale, Ah-jung, in un edificio abbandonato. La mattina successiva la ragazza viene trovata morta sulla terrazza dell’edificio, tra lo sconforto e l’incredulità dell’intero paese, che spingono la polizia a trovare presto un colpevole, su cui riversare la rabbia che monta.

Una pallina da golf rubata da Do-Joon in una sua precedente brava con Jin-Tae segnalano la sua presenza, vicino alla scena del crimine. La polizia è felicissima di arrestarlo e di estorcergli una confessione, capace di chiudere rapidamente le indagini.

La madre disperata è convinta della sua innocenza. Ma la polizia non le presta attenzione e il famoso avvocato, che ha ingaggiato, le suggerisce un comodo, ma inaccettabile patteggiamento.

Cerca così di trovare, da sola, le prove che scagionino il figlio, interrogando gli amici della ragazza uccisa, fino a torturarli, alla ricerca della verità. Ah-jung nasconde molti segreti e il suo cellulare, che nessuno trova, potrebbe essere la chiave del mistero.

Tuttavia la comunità locale è certa della colpevolezza di Do-Joon. Eppure qualcosa non quadra…

La madre di Do-Joon non ha un nome. Diventa così un puro archetipo, che il film utilizza, ribaltando le aspettative classiche e facendone uno strumento narrativo inarrestabile: i problemi del figlio sono i suoi, tra di loro c’è una simbiosi assoluta, fatta di un controllo ossessivo, di un’osservazione mai distratta.

Quando il figlio viene arrestato, la sua unica missione diventa quella di scagionarlo, ad ogni costo e con ogni mezzo. Mano a mano che le sue indagini si fanno più cruente, svelano un mondo di violenze e soprusi, nascosto dietro l’apparente serenità di provincia.

Ma anche il suo ruolo diventa via via più ambiguo, oscuro, le sue azioni si possono magari anche comprendere, ma non giustificare. I dubbi prevalgono sulle certezze, in una trama che pure procede per accumulo di indizi e false piste, come ogni detection che si rispetti.

Bong Joon Ho firma uno dei più film di Cannes 2009, seguendo l’ossessione di una madre, sino alle sue estreme conseguenze: l’autore dell’indimenticabile Memorie di un assassino, torna ancora a riflettere sulla giustizia e sulla verità, senza risparmiare feroci ironie sul sistema poliziesco del proprio paese.

Come sempre nel suo cinema registri diversi si mantengono in fecondo equilibrio, qui la commedia e il dramma si fondono al giallo.

Come in Memorie di un assassino e The Host, anche qui si parla di mostri: ma non sono serial killer o enormi creature anfibie, bensì orrori molto più ordinari, che hanno a che vedere con gli istinti primari che innervano nel profondo la cultura coreana, con il ruolo delle donne e con l’idea del sesso, come puro strumento di sopraffazione e di oppressione.

Anche questa volta siamo nella provincia coreana, tra inefficienza, corruzione e indagini che non portano mai alla verità, ma servono a individuare la soluzione più comoda.

Basterebbe la scena, ambientata in un night club, in cui l’avvocato suggerisce alla madre la soluzione di compromesso – affiancato dal capo dell’istituto di correzione e dal procuratore, completamente ubriachi ed accompagnati da graziose e disponibili fanciulle – a dire quanto quel sistema è lontano dalla nostra idea di giustizia.

Quanto è avvilente e desolato.

Eppure la verità, una volta scoperta, sarà ancora più amara e resterà sepolta sotto un incendio provvidenziale.

Nessuno è davvero innocente, alla fine di Madre, il nero della colpa finisce per inghiottire tutti, senza più distinzioni.

Questa volta lo sguardo di Bong si fa ancora più severo, le istituzioni familiari sono sfrangiate e servono a poco, mentre l’abiezione personale e l’orrore sociale si fondono in un abbraccio glaciale.

La messa in scena di Bong si fa più rigorosa e controllata, sia pure nell’alternanza grottesca di toni che avvolgono il film di incertezza e ambiguità.  Quando tutto sembra austero, plumbeo, nel piccolo mondo di Madre, con la fotografia dominata da toni grigi e invernali, ecco arrivare imprevedibili squarci di humor nero e di violenza.

Nel finale, due inquadrature in primo piano: quella del presunto colpevole, messo a fuoco lentamente dagli occhi della madre, e quella ottusa del figlio, alla stazione.

L’unica soluzione è dimenticare.

Da non perdere.

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.