Jojo Rabbit. Recensione in anteprima

Jojo Rabbit *

Presentato in anteprima all’ultimo Festival di Toronto, dove è stato accolto da critiche piuttosto dure, ma dove ha vinto sorprendentemente il premio del pubblico, Jojo Rabbit è il sesto film del neozelandese Taika Waititi (Vita da vampiro – What We Do In The Shadows, Selvaggi in fuga), noto soprattutto per aver diretto il demenziale Thor: Ragnarok per la Marvel.

Decidendo di portare sullo schermo il controverso romanzo Caging Skies di Christine Leunens, interpretando personalmente anche il ruolo di un Adolf Hitler, amico immaginario del piccolo protagonista della sua storia, Waititi si è scelto, come campo da gioco, un terreno minato.

Jojo Betzler è un ragazzino tedesco di dieci anni fanatico nazista, che sta per entrare nella gioventà hitleriana. Siamo nell’estate del 1944, mentre la Seconda Guerra Mondiale è sempre più vicina alla conclusione.

In quello che sembra un campeggio estivo sul modello di Moonrise Kingdom, i tre tragicomici istruttori, il Capitano Klenzendorf, il suo assistente Fred Finkel e Fräulein Rahm, dovrebbero addestrare i giovani nazisti alla ferocia e alla morte.

Quando chiedono a Jojo di strangolare un coniglio a mani nude, per provare il proprio coraggio, il piccolo fugge e tutti lo prendono in giro: ‘Jojo Rabbit‘ nasce così ed è il titolo del film.

Nel frattempo l’amico immaginario del protagonista, un Hitler da cabaret, che sembra uscito da una brutta puntata del Saturday Night Live, lo spinge a non desistere e a provare il proprio spirito indomito. Rubata e lanciata una granata da un’esercitazione, Jojo viene ferito gravemente in volto e ad una gamba.

I tre istruttori vengono degradati per l’incidente e assieme al piccolo Jojo si ritrovano tutti al quartier generale in città, impegnati nel lavoro d’ufficio della propaganda nazista.

Il padre di Jojo è al fronte da due anni, secondo la madre Rosie, ma altri ritengono abbia disertato e sia un traditore.

Con molto più tempo libero di prima, Jojo sente strani rumori nella sua grande casa, fino a intuire che c’è un nascondiglio segreto nella stanza della sorella Inge, prematuramente scomparsa qualche anno prima.

Qui scopre Elsa, un’amica di Inge, ebrea, che si nasconde dai rastrellamenti.

Tra il giovane nazista, imbevuto dalla testa ai piedi della retorica e delle parole d’ordine del Reich, e la ‘diabolica’ ospite che, come tutti gli ebrei dovrebbe avere corna e coda, si instaura così un rapporto tenero e impossibile. Jojo non può denunciarla, perchè altrimenti se la prenderebbero con la madre, che la protegge. Ma non può neppure confessare di averla scoperta, altrimenti Rosie se la prenderebbe con lui. Elsa ovviamente non può fare nulla, rinchiusa tutto il tempo in un nascondiglio, che assomiglia ad una trappola per topi.

Il film di Waititi vorrebbe essere una satira contro l’odio, così ci dice la frase che campeggia sul manifesto di Jojo Rabbit.

E si capisce perfettamente, dal linguaggio usato dai personaggi, dall’immagine clownesca del dittatore, dalla colonna sonora, che mescola i Beatles, i Love e David Bowie, che Waititi racconta la Germania nazista, per parlare probabilmente agli Stati Uniti di oggi, al suo Presidente che minaccia e atterrisce via Twitter, che semina odio, seguito da orde di implacabili seguaci.

Solo che evocare la tragedia dell’Olocausto, per fare un po’ di satira anti-trumpiana è operazione francamente sconcertante, che lascia confusi e interdetti, anche perchè i due registri che il film vorrebbe avere funzionano male. Mai come in questo caso bisognerebbe riflettere sulla necessità di riallineare i mezzi ai fini.

Il film non strappa mai una risata. E come potrebbe? Il piccolo Jojo è tanto caruccio quanto odioso, non appena apre bocca. La presenza di Hitler al suo fianco è agghiacciante. Così come quella della povera Elsa che si nasconde in un falso muro. A ricordarci poi la fine che fanno i traditori del regime, nella piazza del paese pende una forca sempre piena di corpi.

Così il racconto di formazione di Waititi, che adotta sin dal primo momento un tono farsesco, che probabilmente sarebbe piaciuto ai Monty Python, non riesce mai davvero ad allontanarsene e anche quando la tragedia della guerra e dell’olocausto si affaccia nella vita di Jojo, il film finisce – forse involontariamente – per banalizzarla, per depotenziarne la portata.

Paradossalmente più che con il piccolo Jojo, sono le donne con cui ci si può identificare e per cui si finisce per parteggiare. La straordinaria Scarlett Johansson, che interpreta la madre Rosie, con le sue scarpe da ballo, il suo miglior sorriso, le parole piene di amore e di saggezza, mentre cerca di sviare le attenzioni di Jojo dalla sua ossessione per il Reich. Il suo è un ruolo di meravigliosa leggerezza, che cela il coraggio di una rivolta silenziosa e piena di dignità.

Non meno indovinato è il ruolo di Elsa, a cui Thomasin McKenzie regala la sua determinazione, la sua ironia, la sua sfrontatezza.

L’avevamo lasciata l’anno scorso in Senza lasciare traccia della Granik, la ritroviamo ora in un ruolo ancora più complicato, da novella Anna Frank. E’ lei che una parola alla volta, un disegno alla volta, uno sguardo alla volta, finisce per insinuare il dubbio nella testa vuota di Jojo.

Solo che anche i loro ruoli sembrano disegnati apposta, per provocare, alla fine, la reazione emotiva che Waititi voleva ottenere, per Jojo e per lo spettatore. Sono funzionali al percorso narrativo di Jojo, più che rappresentare dei caratteri dotati di propria autonomia, nel racconto.

Il film non è privo di episodi indovinati, scene perfettamente costruite, come la visita della Gestapo a casa di Jojo, momenti di toccante commozione e di appello ai sentimenti, ma se invece di lasciarci manipolare dalla bella faccina innocente del protagonista, ripensiamo alla spericolata operazione messa in piedi da Waititi, comprendiamo tutti i limiti del suo film.

Innanzitutto fare ironia sui nazisti è tanto facile quanto innocuo, perchè sono un rigurgito lontano della storia del Novecento. Bisognerebbe prendersela in modo più chiaro con chi costruisce muri sul confine, con chi organizza manifestazioni razziste e xenofobe, con chi usa le parole d’odio dagli scranni del potere.

Qui tutti i personaggi nazisti sono così caricaturali, da non rappresentare mai davvero una minaccia. Sono al più dei buontemponi stupidi e ridicoli, che si divertono a bruciare pile di libri e a sparare ai conigli.

Speak truth to power dicono gli americani. Forse è chiedere troppo ad un film hollywoodiano, anche se con le stesse armi dell’ironia e della satira, un paio di registi ebrei, proprio negli anni di Jojo Rabbit, ci avevano regalato due capolavori capaci di farlo, come Vogliamo Vivere e Il grande Dittatore.

In fondo, cosa ci dice questo Jojo Rabbit? Ci dice che dobbiamo confidare nella bontà d’animo della brava gente di Germania, persino dei convinti nazisti, che nei momenti decisivi del film, con la loro scelta individuale, finiscono per resistere al terrore istituzionalizzato e salvare Jojo ed Elsa, non una, ma due volte.

Il film è puntellato costantemente da questi momenti, in particolare attraverso il ruolo del Capitano K, l’istruttore di Jojo, interpretato con sin troppa simpatia da un Samuel Rockwell, sempre ammirevole.

Lui, Fred Finkel e Fräulein Rahm sono i nazisti meno minacciosi che si siano visti sullo schermo, dai tempi de Gli Eroi di Hogan.

Il film smorza poi nel sentimentalismo più peloso qualsiasi interrogativo critico sul fanatismo di Jojo e la cosa è francamente discutibile: il nazismo diventa così solo una infatuazione infantile, che poi passa con l’età e con l’amore.

Qualcuno poi avverta Paul e Ringo, nonchè gli eredi di John e George, dell’uso criminale della loro I Want To Hold Your Hand, in versione tedesca, come sottofondo alle imprese del Terzo Reich: cosa c’entrano i figli più celebri dell’Inghilterra di Churchill e Attlee e la loro zuccherosa canzone del 1963, con l’Olocausto?

E’ solo l’ennesima trollata di Waititi?

Se poi Jojo Rabbit è davvero un’allegoria del nostro presente, un tempo in cui suprematisti bianchi, xenofobi e neofascisti sembrano aver ritrovato una voce, allora potrebbe anche essere legittimo trasmettere un messaggio di tolleranza, con le armi del cinema d’intrattenimento, persino nelle forme più elementari del cinema per ragazzi.

L’idea stessa di un coming of age, di un romanzo di formazione, con un piccolo diavolo hitleriano come protagonista poteva essere inconsueta e coraggiosa. E concediamo a Waititi l’attenuante delle buone intenzioni.

Solo che il suo film si risolve nel modo più semplicistico e auto-assolutorio possibile, in un film senza mai un’ombra, senza mai un dubbio, ben attento a non mostrare mai l’orrore vero, l’atrocità del Male, in favore di un blando umanesimo, che dovrebbe unirci tutti, vittime e carnefici, torturatori, collaborazionisti e segregati.

Controverso.

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