Pinocchio

Pinocchio **1/2

L’avvicinamento progressivo di Matteo Garrone alla favola principe della tradizione italiana, è avvenuto lentamente nel corso del tempo e della sua intera carriera, passando da L’imbasamatore, alla carrozza che apriva di Reality, dal primo tentativo de Lo cunto de li cunti di Basile, sino ad arrivare alla trasfigurazione fiabesca di uno dei crimini più efferati della recente storia italiana, con Dogman.

Persino in Gomorra la storia di Marco e Ciro aveva gli accenti tipici di un breve racconto morale.

Tutto il suo cinema risente delle suggestioni e delle forme della fabula, ne rielabora i topoi classici, ne adatta la struttura e le forme, come chiave di lettura di un presente spesso incomprensibile, straniante, ancestrale.

Il romanzo di Carlo Collodi, scritto a puntate tra il 1881 e il 1882, nasceva nell’Italia post-unitaria, in quelle campagne toscane in cui i borghi contadini erano ancora lontani da ogni idea di progresso e di industrializzazione. In quegli anni il lavoro dei fratelli Grimm di rielaborazione e riscrittura delle favole della tradizione orale, e le crude storie di formazione di Dickens, fornivano a Collodi a cornice più adatta, per un romanzo per ragazzi, che fosse anche una grande allegoria del nostro paese, preda di istinti contrastanti, personificati nello sguardo di un burattino senza fili, quello che Marco Belpoliti ha definito un piccolo “eroe della fame”.

E nell’adattamento di Matteo Garrone, che ha scritto con Massimo Ceccherini il copione di questo nuovo Pinocchio cinematografico, la fame è l’inizio e la fine di tutto.

La fame di Geppetto, un falegname poverissimo che con i suoi strumenti, cerca di trarre da una vecchia crosta di formaggio, qualche briciola, che plachi il suo appetito. Quando il teatro itinerante dei burattini fa visita al suo piccolo borgo, a Geppetto viene l’idea di costruirsi un burattino bellissimo, che gli consenta di guadagnarsi da vivere onestamente, sfuggendo la tragica povertà a cui è costretto.

Mastro Ciliegia gli regala un ciocco di legno, che sembra possedere sin da subito una strana forza e la magia si compie davvero. “M’è nato un figlio”, grida Geppetto nella notte, quando la sua piccola creazione si anima e pronuncia la parola ‘babbo’.

Ma la gioia di una paternità tardiva e inattesa finisce presto in disperazione, quando Pinocchio marina la scuola e viene sedotto da Mangiafuoco e dal suo carrozzone itinerante di burattini.

Cominciano così le avventure dell’ingenuo Pinocchio, costretto a confrontarsi con la crudeltà e l’inganno, la ferocia e la giustizia, con l’unico conforto di una bambina dai capelli turchini, che sembra proteggerlo e salvarlo nelle situazioni più disperate.

Garrone riparte dalle illustrazioni originali di Mazzanti e dalla pittura dei macchiaioli, restituendo alla storia di Collodi la sua dimensione più vera e realistica, con il solito straordinario talento figurativo.

In quelle campagne desolate, in quelle notti piene di nebbia, in quei borghi di pescatori si riassapora il piacere delle pagine scritte dal giornalista fiorentino, in tutta la loro asprezza.

Persino il Paese dei Balocchi si rivela una semplice corte con qualche scivolo e qualche gioco rudimentale, capace di trasformarsi facilmente, la mattina successiva, nel mercato dei ciuchini.

Ma questo grande affresco dell’Italia povera e affamata di fine Ottocento, non è solo una questione paesaggistica o di messa in scena, non è una scelta calligrafica o verista. Corrisponde invece profondamente a quello sguardo che Garrone ha sempre usato nel raccontare un’Italia marginale, periferica, desolata. Uno spazio che l’uomo ha contribuito solo a sfruttare e abbandonare, spesso nel mito effimero della modernità.

Indovinatissimi e pertinenti anche i volti scelti da Garrone, per animare i personaggi di Collodi, scelti all’interno della grande tradizione teatrale toscana e partenopea, facce scolpite dal tempo e dagli elementi, come se fossero state tutte cesellate da Geppetto: Paolo Graziosi Mastro Ciliegia e Gigio Morra l’Oste, sono solo i primi, ma ci sono Ceccherini e Papaleo, Volpe e Gatto, Proietti nel ruolo del barbuto e tenero Mangiafuoco, Teco Clelio irriconoscibile come Giudice Gorilla, Maurizio Lombardi altrettanto camuffato in quello del tonno. Nino Scardina è invece il mellifluo Omino di Burro, che chiama i bambini amorini miei, prima di rinchiuderli nel Paese dei Balocchi.

La natura episodica delle avventure del burattino avrebbe meritato probabilmente una miniserie, come quella che negli anni ’70 la Rai commissionò a Luigi Comencini, ancora oggi punto di riferimento imprescindibile.

Il film di Garrone soffre proprio della necessità di condensare in un paio d’ore, storie e personaggi che avrebbero meritato più spazio e più tempo. Se c’è un limite, in questo nuovo Pinocchio è nella sua struttura interna, che si muove con i ritmi lenti adeguati alla storia, ma con la necessità di legare velocemente un episodio all’altro per giungere infine a ricongiungere Pinocchio e Geppetto nel ventre della Balena.

Avremmo voluto vedere di più del magnifico Geppetto di Benigni, questa volta perfettamente a suo agio nella magrezza nervosa e nei panni cenci del vecchio falegname, capace di spogliarsi di tutto, per amore della sua creatura.

Avremmo voluto conoscere meglio quello scugnizzo di Lucignolo, seguire qualche altra sua marachella, condividere il suo spirito anarchico, anti-autoritario, ribelle.

Garrone purtroppo lo mette un po’ in disparte, non ne coglie forse la grandezza tragica e sovversiva, pur mostrando invece della scuola e del maestro un ritratto inquietante e feroce.

Ma sono considerazioni minori, che nulla tolgono al piacere del lavoro di Garrone, capace di scegliere sempre i volti giusti, mantenendo un equilibrio encomiabile tra la caratterizzazione dei personaggi, diventati nel tempo veri e propri archetipi narrativi – il grillo parlante, il gatto e la volpe, la fata turchina, mangiafuoco – e lo spazio necessario al racconto di formazione di quel burattino che sogna di diventare un bambino in carne e ossa, ma è incapace di resistere alle tentazioni e alla curiosità della vita.

Un po’ come un piccolo Ulisse, sedotto dal canto delle sirene o dallo spirito d’avventura, Pinocchio rinvia sempre il ritorno a casa.

Perchè la crescita non è mai un percorso lineare, procede per salti, ritorni, inciampi, che il film di Garrone mostra in tutta la sua precarietà.

Peccato che il rispetto e la devozione del regista romano verso il lavoro di Collodi, abbiano privato il film di quello spirito irriverente, che ogni grande adattamento deve avere, per essere davvero riuscito.

 

 

 

 

 

 

 

 

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