Cannes 2015. Il racconto dei racconti

Racconto dei racconti poster 2

Il racconto dei racconti ***

“Da ogni desiderio scaturisce una conseguenza, da desideri così violenti ogni azione sarà altrettanto violenta”

Adattando per il grande schermo alcune delle favole de secentesco Lo cunto de li cunti, opera postuma di Giambattista Basile, Matteo Garrone torna alle sue ossessioni di sempre.

Questa volta decide pero’ di affidarsi ad una co-produzione internazionale, girando in inglese e con attori americani, francesi e anglosassoni.

La scelta puo’ lasciare spiazzati coloro che amavano il Garrone maestro della camera a spalla, pedinatore dei suoi attori, entomologo di realta’ sociali e personali fuori controllo.

La fotografia tersa e impeccabile di Peter Suschitzky – una vita con David Cronenberg – e’ l’opposto di quella materica e sgranata del compianto Marco Onorato, ma la confezione lussuosa non tragga in inganno: a Garrone interessa sempre lo scacco del desiderio e del potere assoluto che lo genera, l’ossessione bruciante che divora e corrompe.

Le favole di Basile non sono quelle dei fratelli Grimm: i re al centro dei tre episodi de Il racconto dei racconti sono magnificamente inediti e imperfetti.

Uno e’ sposato ad una regina triste che non puo’ avere figli. Quando un mago suggerisce che l’unica soluzione e’ quella di mangiare il cuore di un mostro marino, cucinato da una vergine, il re non ci pensa un momento e armato di uno scafandro che sembra uscito dalle avventure di Verne, affronta coraggiosamente una bestia che riposa nel letto di un fiume, pagando il successo con la vita.

La regina rimarra’ davvero incinta, ma anche la vergine cuoca. I due ragazzi, gemelli albini, resteranno inseparabili, nonostante i tentativi di Sua Maesta’ di rompere quel legame cosi’ forte.

Nel secondo capitolo, un altro re vive una vita di amori dissoluti, sino a quando si innamora della voce di una donna che ode dall-alto del suo castello ed a cui chiede di concedersi: si tratta pero’ di un’anziana popolana, che fa di tutto per non svelare l’inganno.

Nell’ultimo episodio, l’unica figlia del sovrano finisce in sposa ad un orco selvaggio. E’ l’unico infatti che ha saputo indovinare l’insana passione del re per una pulce, nutrita amoravolmente di sangue, sino ad assumere la grandezza di un ippopotamo.

La principessa, prima impaurita e violata, finira’ per prendersi la sua terribile rivincita.

Come ricordava Italo Calvino nella sua Introduzione alle fiabe italiane, il napoletano Basile era “ossessionato da un fascino dell’orrido per cui non ci sono orchi né streghe che bastino, da un gusto dell’immagine lambiccata e grottesca in cui il sublime si mischia col volgare e il sozzo“.

Potrebbe dirsi lo stesso per Garrone, che da sempre e’ attratto da personaggi e situazioni che sembrano uscire da singolari favole moderne: e’ sufficiente ripensare a L’imbalsamatore, a Primo Amore, e naturalmente a Reality, che si apre esplicitamente con una carrozza con cavalli e cocchiere.

E se questa volta il regista romano e’ stato piu’ diretto, questo non vuol dire che abbia abdicato alle sue ossessioni di sempre.

Anzi, le ha rese ancor piu’ esplicite, facendone materia per un racconto allegorico. Il suo e’ un film in continuo movimento, che il desiderio spinge verso orizzonti inediti e imprevedibili, fino alla mutazione di se’ e della propria identita’.

Forse gli unici limiti del film risiedono nella forma tripartita e nelle scelte di casting, che privilegiano spesso gli oneri della coproduzione, rispetto alle effettive necessita’ drammatiche.

Il lavoro sulla lingua e gli accenti non e’ particolarmente curato, ma adattare la lingua di Basile, vuol dire comunque tradirla in qualche modo, mentre le location italiane in cui il film e’ stato girato vengono giustamente esaltate dal magnifico lavoro di Garrone sul paesaggio, che non e’ mai gratuito od oleografico.

 

 

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