Terminator – Destino Oscuro

Terminator – Destino Oscuro **

Da quando James Cameron è ‘uscito dal gruppo’, tanti sceneggiatori, produttori e registi si sono alternati sul ponte di comando della corazzata Terminator, ma il risultato è stato completamente  disastroso. Le macchine ribelli (2003), Salvation (2009) e Genysis (2015) sono stati spazzati via dal ricordo cinefilo, con la stessa velocità con cui si muove Speedy Gonzales.

Solo che la proprietà intellettuale della saga è passata da qualche anno all’ambizioso David Ellison di Skydance e l’investimento deve produrre redditività, ad ogni costo.

Non è bastato il primo esperimento pasticciato di Genysis, con la sceneggiatrice di Shutter Island e Alita e con un team mutuato da Game of Thrones – Alan Taylor alla regia ed Emilia Clarke protagonista – a dissuadere il giovane figlio del fondatore di Oracle.

E allora, come spesso accade oggi a Hollywood, l’unica buona idea è ‘nessuna nuova idea’. Niente di meglio di un reboot integrale, mascherato da sequel, con il cast originale invecchiato riportato in scena, affiancato a nuovi personaggi, che sembrano la pantografia di quelli vecchi, rispettando il canone fondamentale della serie.

Aggiungiamoci il ritorno di James Cameron, produttore e co-autore del soggetto, e avremo anche l’imprimatur definitivo, che attesta la legittimità di questo nuovo sesto episodio, come l’unico vero seguito allo straordinario ed epocale Il giorno del giudizio del 1991.

L’operazione culturale è precisa ma certo non originale, sulla falsariga di Star Wars – Il risveglio della Forza di J.J.Abrams – vero archeologo cinematografico: molti si sono accodati, quasi sempre con assai meno efficacia.

Questo Terminator – Destino Oscuro scritto da David S.Goyer (Blade, Il cavaliere oscuro, L’uomo d’acciaio) e Justin Rhodes e poi riscritto da Billy Ray (Hunger Games, Captain Phillips, Gemini Man, Richard Jewell), riporta la serie ai suoi elementi essenziali: l’emissario delle macchine dominanti del futuro rimandato indietro nel tempo a cambiare il destino della guerra agli umani, la resistenza che fa altrettanto, con i mezzi limitati di cui dispone, l’incredulità della protagonista inconsapevole del suo ruolo, la constatazione dell’invincibilità delle macchine, la fuga precipitosa, la kill box finale.

Perchè complicare quello che ha sempre funzionato perfettamente? Cameron l’aveva capito già negli anni ’90, limitando le sorprese del sequel al ruolo di Arnold Schwarzenegger – il villain implacabile del primo episodio diventava l’angelo custode di Sarah Connor nel secondo – e concentrandosi così sulle meraviglie tecnologiche, che hanno fatto de Il giorno del giudizio una sorta di visionario showcase delle possibilità della computer grafica applicata al cinema.

Il T-1000, il terminator liquido capace di assumere qualunque forma, umana e non, lasciava letteralmente a bocca aperta ad ogni scena, il ritmo adrenalinico, i set nella downtown losangelina e il carisma dell’attore d’origini austriache, all’apice della sua carriera hollywoodiana, unite ad un paio di battute iconiche, erano elementi più che sufficienti ad ammantare il film di quella stessa aura di culto, che aveva sorriso all’originale del 1984.

L’esercito di soggettisti e sceneggiatori ingaggiati da David Ellison ha prodotto il più classico dei risultati: se la linea narrativa di Sarah Connor, la madre del capo della resistenza John Connor, ha esaurito qualsiasi spunto possibile, si ricomincia da capo, con una nuova protagonista femminile.

Nel prologo un T-800 dal volto conosciuto, uno dei tanti inviati nel corso del tempo da Skynet, rintraccia Sarah e il figlio John in fuga in Guatemala e uccide finalmente il ragazzo, futuro leader degli umani.

Il futuro cambia, ma non troppo: non sarà Skynet a ribellarsi ai suoi programmatori, ma un altro software militare, chiamato Legion. I risultati sono simili: la Terra diventa un ammasso di rovine, la presenza umana è ridotta ad un manipolo di combattenti l’idea delle macchine è quella di tornare indietro nel tempo, per eliminare alla radice la leadership della resistenza.

Ma siamo nell’America del politically correct post #metoo del 2019, quindi qualche aggiustamento va fatto, persino in una saga femminile e femminista sin dalle origini: c’è sempre una donna da proteggere, l’operaia messicana Dani Ramos, ma non più per il suo ruolo di madre. E se il terminator cattivo ha ancora il volto di un uomo, il latino Gabriel Luna, la resistenza invia dal futuro una donna, Grace, a cui presta il volto e il fisico androgino Mackenzie Davis.

Al gruppo si uniscono la rediviva Sarah Connor, rifugiatasi in Messico e braccata in 50 stati negli USA e Carl, ovvero il T-800 che ha ucciso John Connor venticinque anni prima, ma si è poi rifatto una vita in Texas, con una donna e suo figlio, arrivando quasi a provare sentimenti umani e aiutando misteriosamente Sarah a prevenire nuovi attacchi dal futuro.

Il canovaccio – scontro, inseguimento, vittoria provvisoria, nuova fuga – è sempre lo stesso, le battute migliori ovviamente sono riservate ad un invecchiato, ma sempre letale Schwarzenegger e l’unica che davvero lascia il segno è la Davis, costretta dal ruolo ad un tour de force ipercinetico, a cui si presta con grande generosità.

Il ritorno di Linda Hamilton è invece assai meno significativo, nel ruolo della lunatica, che ha già vissuto tutto, a cui nessuno crede, ma ora non sembra più avere un ruolo preciso, se non quello della cassandra.

Il film arranca nella parte centrale, senza mai uno scarto, una deviazione. Tutto prosegue nella più trita prevedibilità e appassiona ben poco, forse anche perchè Dani Ramos, interpretata dalla minuta Natalia Reyes non è mai credibile, neppure per un istante nel ruolo che il regista le ha affidato.

Tim Miller, specialista della seconda unità, miracolato dal successo di Deadpool, mostra qui di non aver una sola idea su come girare un nuovo Terminator. Anche i set d’azione non sono che ricicli di quelli già visti in passato.

Il gioco del cinema resta sullo sfondo, la stessa presenza dei due attori originali, per una volta di nuovo assieme, non produce senso.

Dal punto di vista spettacolare e tecnico il film sembra quasi un passo indietro rispetto soprattutto a Il giorno del giudizio. E la cosa è paradossale, essendo trascorsi quasi trent’anni, da quello che rimane un piccolo manifesto d’avanguardia.

Qui l’azione rimane legata più dalla velocità del montaggio che non da una reale esigenza narrativa.

E’ vero, Destino Oscuro, con il suo messaggio antifatalista e il suo continuo appello a costruire da sè la propria vita, attraverso le scelte di ogni giorno, è il migliore dei sequel girati negli ultimi vent’anni, ma è una consolazione assai magra.

Il risultato è insapore e un po’ stucchevole. Non c’è nessun effetto madeleine, nessuna piacevole nostalgia, nessuna struggente evocazione del passato.

Una sola sensazione rimane alla fine – o meglio – un auspicio: di aver assistito all’ultimo film di una saga che non ha davvero più nulla da dire, da nessun punto di vista.

Inutile.

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