Trapped 2: spigolosa e avvincente, nella miglior tradizione del thriller scandinavo

Trapped 2 ***

La seconda stagione di Trapped inizia a Reykjavik dove un uomo prende in ostaggio una donna fuori dal parlamento e si da fuoco. L’uomo si chiama Gisli ed è originario di Siglufjorour, la piccola cittadina affacciata sui fiordi al centro delle vicende della prima stagione. La donna, di nome Halle è la sorella di Gisli e, come ministra del lavoro è impegnata attivamente a promuovere la firma di un importante accordo commerciale volto ad incrementare la struttura della centrale elettrica geotermica sorta nei pressi della cittadina. Andri Olafsson (Olafur Darri Olafsson già in Shark – Il primo squalo e Animali Fantastici) torna quindi ad indagare insieme ai colleghi di un tempo, Asgeir (Ingvar Sigurdsson) ed Hinrika (Ilmur Kristjansdottir) che nel frattempo è diventata Capo della polizia locale. Durante le indagini che si indirizzano verso un gruppo terroristico nazionalistico chiamato “Il martello di Thor”, si verificano però altri omicidi, sempre collegati alla famiglia della ministra ed alla centrale elettrica. Le indagini porteranno Andri a scoperchiare una drammatica situazione familiare ed a complicare ulteriormente i già precari rapporti con Thorhildur, la figlia quindicenne che vive con la zia proprio nella cittadina del Nord.

Se la prima stagione puntava soprattutto sull’ambiente claustrofobico del piccolo paesino separato dal mondo per il maltempo, questa seconda stagione punta piuttosto sull’analisi dell’interiorità dei personaggi. Essi sono intrappolati nel loro passato, nei segreti e negli atteggiamenti che ne hanno condizionato scelte e precluso evoluzioni. Anche dove le relazioni personali sono ottime (si pensi al gruppo di lavoro della polizia), permane una sostanziale difficoltà di relazione. Tutti i caratteri presentano la stessa grande capacità di resistere agli urti della vita, stringere i denti e sopravvivere, ma in genere è una resistenza che sa di chiusura e non di resilienza: non c’è crescita, ma piuttosto accettazione. Solo dove i rapporti familiari e personali riescono ad essere ricostruiti, come nel drammatico finale tra Andri e la figlia, si può parlare di una vera crescita. Nella maggioranza dei casi troviamo rappresentata un’umanità che si perde e si rimpicciolisce per sopravvivere, esemplificata perfettamente dalla parabola del ministro Halla: le ferite che restano sul suo corpo dopo il tentativo del fratello di darle fuoco e che lei copre più che curare sono simbolo delle ferite morali che l’infanzia drammatica ha lasciato su tutta la sua famiglia. Il desiderio della ministra di far crescere in qualunque modo ed a qualunque costo l’economia locale riflette il distacco dalle radici della comunità, quasi volesse cancellarne la natura agricola e quindi stravolgerne l’identità. E’ probabile che in questo processo abbia un ruolo l’abuso vissuto nel silenzio e nel disinteresse della comunità e mai interamente superato, ma solo nascosto e rimosso. Proprio come le piaghe che il fuoco ha lasciato sul suo corpo.

Una caratteristica di Trapped è il coinvolgimento dello spettatore su più piani e su temi tra di loro molto diversi, da quelli di rilevanza sociale come la tutela dell’ambiente a quelli di carattere familiare come la difficoltà di relazione tra genitori e figli adolescenti. Altri interessanti elementi di negoziazione riguardano la rischiosità di esprimere liberamente il proprio orientamento sessuale in contesti in cui gli omosessuali sono ancora fortemente discriminati, il riaffiorare di posizioni nazionalistiche estreme, il senso diffuso di delusione e di isolamento verso la politica, la difficoltà di conciliare tutela dell’identità ed aspirazioni alla crescita economica nel mondo globale. Insomma molta carne al fuoco, che però è gestita sempre (o quasi) con misura, tono realistico e senza scadere nel cliché. Questo non vuol dire che la scelta di accavallare così tanti temi non abbia delle conseguenze narrative: a volte i personaggi sembrano sacrificati alla necessità di rappresentare un tassello nello sviluppo di una determinata tematica e quindi la loro individualità è limitata nelle sue potenzialità (penso al marito di Hinrika soprattutto, ma anche all’agente speciale Trausti o al compagno di Vikingur, Ebo). Sono comunque considerazioni che non riguardano i personaggi principali che invece risultano ben definiti e ricchi di sfumature.

La vicenda mira quindi a rappresentare con realismo le paure e le urgenze sociali dell’Islanda odierna, ancora impegnata ad affrontare le conseguenze della crisi economica e a prendere le misure al fenomeno dell’immigrazione da altri Paesi. L’attenzione alla società è del resto tipica dell’ingente produzione di thriller scandinavi che ha rappresentato un vero e proprio fenomeno editoriale nei primi anni del nostro secolo. In Trapped vengono quindi sviluppati temi di sicurezza e di coesione sociale che sono comuni alla mentalità e alla sensibilità nordica.

Tra gli elementi naturali il fuoco continua a svolgere un ruolo determinante, proprio come nella prima stagione. In una terra ghiacciata per lunghi periodi, ma di origine vulcanica come l’Islanda (si ricordi ad esempio che nel 2010 il traffico aereo di mezza Europa è rimasto bloccato per l’eruzione del vulcano Eyjafjoll) il rapporto tra fuoco e ghiaccio è davvero primordiale: se nella prima stagione questi elementi (acqua-ghiaccio-neve vs. fuoco) sembravano in equilibro, ora è il fuoco a dominare, come se la necessità di purificazione e trasformazione fosse più pressante.Un dato a conferma di quanto detto: quattro persone nell’arco delle 20 puntate complessive sono morte bruciate, altre due (Halla e Hjortur) sono rimaste ferite e sfigurate. Non è solo un caso.

Il confronto con la prima stagione è positivo: quelli che ci erano sembrati spunti interessanti, ma minati da una scarsa tenuta d’insieme e da archi narrativi superficiali sono ora inseriti all’interno di un’architettura più solida e sviluppati in tutte le loro potenzialità.

Trova conferma l’ottimo confezionamento, con la colonna sonora raffinata ed iconica di Johann Johannsson (vincitore di un Golden Globe per La teoria del tutto e scomparso nel 2018); una sigla pettinata secondo la moda, ma dotata di un senso: infatti il paragone tra le ferite della terra e quelle delle persone è particolarmente efficace; la fotografia illumina il paesaggio e ne trasferisce l’austera bellezza con tonalità fredde ad alta saturazione; gli attori continuano a rendere viva e presente la popolazione islandese con i suoi mal celati ed impenetrabili malumori, così come una maggior attenzione al paesaggio rispetto al passato (anche mitico) arricchisce di parallelismi e di risonanze le vicende dei protagonisti, la loro lotta quotidiana per la sopravvivenza come famiglia e come popolo.

In tutto questo stiamo pur sempre parlando di un thriller e quindi non mancano i colpi di scena con almeno un paio di situazioni emotivamente scioccanti per lo spettatore. Certo alcune scelte stilistiche sono condizionate dal fatto che comunque la serie è pensata per la TV pubblica islandese, RVK, ma questo non penalizza il senso di cruda evidenza della rappresentazione.

Il primo e l’ultimo episodio sono stati affidati alla regia di Baltazar Kormakur, cuore e mente della serie e regista conosciuto per Cani Sciolti ed Everest.

Fenomeno internazionale con circa 10 milioni di visualizzatori, Trapped, che è arrivata in Italia con parecchio ritardo (23 Luglio 2019) rispetto all’uscita in Islanda (26 Dicembre 2018) avrà una terza stagione che sarà diffusa, almeno In Islanda, già alla fine dell’anno in corso.

A noi non resta che aspettare …

Titolo originale: Trapped
Numero degli episodi: 10
Durata media ad episodio: 55 minuti
Distribuzione streaming: Tim Vision
Genere: Crime, drama, thriller

Consigliato: a quanti sono affascinati dall’Islanda, amano i thriller del Nord Europa e bevono bicchieroni di latte indossando camicie di flanella mentre guardano la loro serie TV preferita.

Sconsigliato: a quanti non amano il freddo, le piccole comunità piene di segreti e la rappresentazione dei temi di attualità sociale.

Visioni parallele:

La donna elettrica di Benedikt Erlingsson. Un’Islanda meno aspra e più verdeggiante che si adatta perfettamente a questa commedia sociale che racconta la storia di un’ecoterrorista e la battaglia che conduce contro le multinazionali che minacciano l’integrità della sua terra.

Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson: il primo volume di una trilogia molto fortunata (e che ha fatto molto discutere): ci sono anche qui segreti, temi di attualità sociale, donne coraggiose e … tanto freddo. Una lettura appassionante che scorre velocemente: non lasciatevi quindi scoraggiare dal numero elevato di pagine.

Un’immagine: Andri che dice ad Hinrika “Talvolta non è semplice essere un genitore”; al che la donna risponde laconica “Talvolta non è semplice avere dei genitori”. La serie ha la capacità di raccontare in modo vivido i sentimenti dei giovani adolescenti, descrivendo con sensibilità il travaglio che quest’età di transizione porta all’interno delle famiglie.

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