Venezia 2019. A Herdade – The Domain

A Herdade – The Domain **1/2

1946, vicino a Cascais, nella provincia portoghese a ovest di Lisbona: nella proprietà dei Fernandes a sud del Tiago, l’anziano padrone osserva il proprio figlio, impiccatosi ad uno dei grandi alberi della sterminata acienda.

Al giovanissimo nipote, Joao, non è risparmiato nulla.

Lo ritroviamo nel 1973, ricco e potente signore, che regna su una sorta di piccola enclave di 14.000 ettari.

Il ministro dell’Interno del governo fascista, subentrato al regime di Salazar, sta attraversando le sue terre, per convincere Joao Fernandes a sostenere l’esecutivo.

Joao, dopo aver perso anche la madre in tenera età, ha sposato Lenor, la figlia del potente generale Xavier, capo della polizia politica. Questo gli ha garantito protezione e indipendenza, facendo della tenuta una zona franca, con una propria cappella e un posto di polizia, che risponde solo dalla proprietà.

Amato dai suoi collaboratori e da tutti i contadini che lavorano per lui, è un uomo che non vuole avere nulla a che fare con la politica. La sua passione sono i cavalli purosangue e la sua grande proprietà.

Quando uno dei suoi uomini, il socialista Leonel, viene arrestato e torturato, Joao è costretto a chiedere aiuto al suocero e a piegarsi alla volontà del regime, pur di liberarlo.

Nel frattempo, il rapporto con moglie, figli e amanti si fa via via più complicato. L’educazione spartana unita ad un’apparente insensibilità per le questioni sentimentali, ne fanno un padre e un marito impenetrabile e anaffettivo.

Con la Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974, le cose cambiano radicalmente. I suoceri sono costretti a fuggire in Brasile nella notte, ma Joao Fernades non abbandonerà mai la sua Terra, i suoi uomini, il suo Paese.

L’ultima parte è ambientata nel settembre del 1991, quando ormai anziano, il protagonista sarà costretto ad affrontare i fantasmi del passato e il grumo di incomprensioni e menzogne che sta divorando la sua famiglia e la sua proprietà.

Affresco storico e ritratto enigmatico di un uomo del Novecento, A herdade segna il debutto di Guedes come regista in solitaria, dopo molti anni di collaborazione con Frederico Serra.

Nella forza drammatica del paesaggio e della Terra, Guedes segue un percorso assolutamente personale, molto classico, che nelle contraddizioni familiari e nelle miserie sentimentali, costruisce la sua valle dell’eden, irrimediabilmente corrotta dal tempo e dalla solitudine.

Nella grande proprietà, la storia del suo Paese entra di prepotenza, ma è come se fosse sempre respinta, ricacciata fuori.

Il film non riesce a fondere con sufficiente coerenza gli elementi personali e quelli politici.

Joao Fernades è infatti un uomo solo, nonostante il grande coro che lo circonda sempre. E’un capofamiglia austero, incapace di affetti, leale e nobile con i suoi sottoposti, ma profondamente incapace di prestare ascolto ai figli o a Leonor.

La struttura ellittica del film isola alcuni giorni della storia di Joao Fernades, lasciando il resto nell’oscurità e costruendo la storia per progressive approssimazioni.

Solo che il suo ritratto sembra fuor fuoco, la motivazioni che muovono i protagonisti restano non dette e il melodramma scoppia sempre troppo telefonato.

Ma non tutto è trascurabile: assolutamente centrali e emblematiche sono la scena della festa per il fidanzamento della sorella di Leonor con un militare, e quella immediatamente successiva in cui la tv e la radio trasmettono i primi incerti momenti di libertà dopo la caduta del presidente Caetano, proprio mentre la moglie Leonor, incinta, si sente male e perde il loro terzo figlio, nell’indifferenza generale.

E se lentamente, la verità si fa strada anche nel cuore dei personaggi, il protagonista resta un uomo misterioso, una figura impalpabile, un titano che scopre di non aver saputo o potuto lasciare una vera eredità di sè e della propria Terra.

Abbandonato da tutti, persino dal suo amato cavallo, alla fine non gli resta che ritornare dove tutto era cominciato, come se il senso della sua vita si fosse dissolto anno dopo anno.

L’ultimo atto ha una forma più decisamente teatrale, rinchiudendo i personaggi nella grande casa sempre più vuota di persone e di affetti.

Il film di Guedes si muove al ritmo disteso e largo che associamo alla vita dei campi, con una solennità che richiama l’incedere del protagonista, ma che raramente riesce a coinvolgere.

L’interpretazione di Albano Jerónimo, nel ruolo magnetico di Joao, asseconda i misteri del personaggio, avendo a disposizione più silenzi, whisky e sigari che parole; più interessante quella dei comprimari, dalla moglie dolente e silenziosa di Sandra Faleiro, al braccio destro Joaquim, interpretato da Miguel Borges.

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