Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese

Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese ***

La vita non è trovare sé stessi, è creare sé stessi

In questo suo terzo viaggio nella storia di Bob Dylan dopo The Last Waltz e No Direction Home, Martin Scorsese comincia da un corto del 1896 dell’amatissimo Georges Méliès, Sparizione di una signora al Teatro Robert-Houdin. Un trucco di montaggio, di magia cinematografica, che ci mette subito sull’avviso. Poi compaiono Richard Nixon e Gerald Ford: è l’America del 1975 che si avvia alle celebrazioni del suo bicentenario.

Finalmente ecco le immagini di Dylan che suona Mr.Tambourine Man, sul palco del leggendario Rolling Thunder Revue, quindi le sue parole ora: “Sto dicendo cazzate confuse. Sto cercando di arrivare…All’essenza di quello che è il Rolling Thunder. E non ne ho idea, perché non c’è. È solo una cosa successa 40 anni fa. Non ricordo nulla di Rolling Thunder. È successo così tanto tempo fa che non ero neanche nato”.

Sono passati appena cinque minuti nel lungo film di Scorsese ed è già tutto chiarissimo. Non siamo di fronte all’ennesimo documentario celebrativo di una tournée leggendaria, ma ad un lavoro diverso, che cerca di restituire lo spirito di quel tempo, nell’unico modo possibile, ovvero raccontando il falso, usando gli strumenti del cinema, per dire il vero.

D’altronde il sottotitolo era molto chiaro: questa è una Bob Dylan Story by Martin Scorsese. E’ davvero una collaborazione creativa: restaurate le immagini di allora, che erano finite in gran parte nel film di Dylan, Renaldo e Clara, Scorsese le utilizza per ricostruire un film nuovo, anche grazie al contributo di Sharon Stone e Jim Gianopoulos il capo della Paramount, che interpretano se stessi, di Michael Murphy nel ruolo del sedicente Senatore Tanner, come nella serie di Altman del 1988, e di Martin von Haselberg, marito di Bette Midler, qui nei panni del falso filmaker Stefan van Drop, incaricato di riprendere il tour, che nel nuovo film diventa una sorta di testimone e villain, che tenta di sminuire l’importanza del protagonista e il valore di quello che stiamo vedendo.

Ciascuno di loro, assieme a Dylan e a Joan Baez, ricorda e commenta il viaggio di quarant’anni fa, aggiungendo episodi inventati, ricostruendo relazioni mai avvenute, aggiungendo leggende al mito. Ma distinguere gli episodi veri da quelli falsi è operazione sterile e inutile, in questo caso.

Manca del tutto, rispetto alle riprese originali, Sara Dylan, l’ex moglie del protagonista, qui completamente assente.

Siamo dalle parti di Io non sono qui di Todd Haynes, o dello stesso Renaldo e Clara: realtà e rappresentazione, bugie e verità si scambiano in continuazione. La personalità enorme di Dylan resta sfuggente, inafferrabile, manipolatoria, decisa a destrutturare ogni prematura apologia.

Questo Rolling Thunder Revue è suo, almeno quanto di Scorsese.

Le immagini dei protagonisti di allora – Allen Ginsberg, Patti Smith, Sam Shepard, Ronee Blakley, Joni Mitchell, Rubin ‘Hurricane’ Carter – restituiscono l’idea che un’intera generazione si sia data appuntamento sotto il tendone circense della Rolling Thunder Revue, per raccontare all’America confusa e scioccata di metà anni ’70, travolta dal Vietnam e dalla paranoia nixoniana, un tempo felice in cui tutto sembrava possibile.

Scorsese e Dylan lasciano il finale alle parole di Ginsberg pronunciate allora: “Voi, che abbiate visto tutto o lampi o frammenti, prendete esempio da noi, provate a ritrovarvi, mettete la testa a posto, trovate la vostra comunità, scorgete una redenzione per la vostra coscienza, abbiate più cura dei vostri amici, del vostro lavoro, della vostra meditazione, della vostra arte, della vostra bellezza, andate e realizzatevi per l’eternità”.

Tutto vero e tutto finto, in questo mockumentary: quello che conta non sono le parole dette, ma quelle che riempiono le meravigliose canzoni, che Dylan interpreta col volto dipinto di bianco, ispirandosi al mimo Baptiste Debureau, interpretato da Jean-Louis Barrault in Amanti perduti di Carné e Prévert – e non ai Kiss, come raccontato ironicamente nel film.

Dopo otto anni d’assenza dalle scene e un breve trionfale tour con la Band l’anno prima, Dylan ritorna a suonare in piccole sale da concerto e sembra mettere il fuoco nei suoi pezzi, aiutato dalla straordinaria violinista Scarlett Rivera, da Mick Ronson e T Bone Burnett, alla guida di un gruppo tutto nuovo, elettrizzante. I duetti con la Baez restano inarrivabili, ma la forza travolgente con cui canta Hurricane, A Hard Rain’s A-Gonna Fall oThe Lonesome Death of Hattie Carroll, One More Cup of Coffee o Simple Twist of Faith lasciano senza fiato.

E’ come se cantasse quelle canzoni per la prima e l’ultima volta: con una ferocia e una precisione che avrebbe poi via via perduto, annacquate nei suoni sempre più ottundenti e monotoni del Neverending Tour.

Alla fine quello che i due vogliono dirci è proprio questo, ovvero che se c’è una verità, un’insegnamento possibile, una morale da trarre da questo lungo viaggio picaresco e romantico, è nella musica di quei pezzi, nella loro carica politica e civile, nella loro potenza espressiva.

Un artista parla attraverso il suo lavoro. Non servono spiegazioni o note a margine.

Il resto sono solo chiacchiere, aneddoti lontani, ricordi che svaniscono, versioni possibili e alternative di un grande sogno collettivo.

L’America di oggi, sembrano dirci Scorsese e Dylan, si ritrova confusa e senza direzione, come allora. Non ci sono nuovi Allen Ginsberg, nuove Joni Mitchell a segnare una strada alternativa.

Tocca a ciascuno rimettersi in cammino.

 

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