Fleabag: tra risate e lacrime la seconda stagione della miniserie è un piccolo gioiello di scrittura

Fleabag ****

Phoebe Waller Bridge è una vera forza della natura e questa serie rispecchia nel modo migliore la sua personalità.

Il fatto che l’attrice e sceneggiatrice inglese avesse abbandonato l’impegno attivo in Killing Eve per concentrarsi su questa miniserie, a tre anni di distanza dalla prima compiutissima stagione, mi aveva lasciato perplesso: temevo che ci avrebbero perso un po’ tutti. Non è stato così. Killing Eve si è mantenuta su buoni livelli e abbiamo guadagnato un’ottima seconda stagione di Fleabag.

La serie, nata sull’onda del successo di un monologo teatrale e realizzata per la televisione dalla collaborazione tra BBC Three e gli Amazon Studios nel 2016 racconta di una ragazza (Fleabag appunto) di circa trent’anni che vive a Londra cercando di mantenersi a galla, tra dolore e senso di colpa, dopo la morte della sua migliore amica Boo (Jenny Rainsford) con cui gestiva un caffè che ora si trova in gravi difficoltà finanziarie. Fleabag ci sembra sempre sul punto di annegare, travolta da ondate di misconoscimento e di mediocrità.

Nessuno sembra in grado di capirla in un mondo fatto di partner insicuri ed egoisti, di una famiglia complessa ed anaffettiva, di una società respingente e competitiva. Il nome Fleabag, sacco di pulci, è indicativo: la protagonista é vista da tutti, anche da se stessa, come una persona sgradevole, da sopportare più che da amare. Il rapporto con la sorella Claire (Sian Clifford), così indispensabile ad entrambe, pur vissuto come una necessità più che come una scelta è un filo sottile e sempre sul punto di spezzarsi, ma riveste un grande valore umano (e narrativo).

La seconda stagione ci presenta Fleabag che, ad un anno di distanza, sembra essere riuscita a ricomporre parte della propria vita. La caffetteria ha trovato nuovo slancio e anche la vita privata della protagonista sembra liberata dall’ansia del sesso che ne aveva condizionato le relazioni. Tutta la stagione si sviluppa all’interno del percorso di avvicinamento al matrimonio del padre (Bill Paterson) con la matrigna (Olivia Colman): si va dalla cena in cui viene presentato il sacerdote che officerà il rito alla celebrazione dello stesso.

Al termine della movimentata cena di famiglia in cui la protagonista e la cameriera finiscono sanguinanti davanti allo specchio del bagno delle donne, Fleabag ci dice, con il distintivo sguardo in macchina, che “Questa è una storia d’amore”. Sembra un paradosso, ma invece è vero. La seconda stagione è soprattutto (ma non solo) un’improbabile, esilarante, emotivamente imprevedibile storia d’amore tra Fleabag e … un prete (Andrew Scott)! E’ infatti proprio del sacerdote che celebrerà il matrimonio che la ragazza si innamora, forse perché è un uomo fuori dagli schemi e, proprio come lei, è perennemente alla ricerca di un equilibrio per non sprofondare nell’abisso.

Lo show è orchestrato da Phoebe sulla base di un vigoroso principio di autorialità: è lei il centro della serie come showrunner, sceneggiatrice e attrice protagonista. Manca solo la regia (curata da Harry Bradbeer), ma siamo certi che anche da questo punto di vista non sarà mancato il suo contributo. La perfezione dei tempi è forse uno degli elementi che maggiormente colpisce lo spettatore: non c’è una scena fuori posto, né troppo lunga né troppo corta.

Anche i personaggi che compaiono e scompaiono nell’arco di un episodio (come la donna d’affari interpretata da Kristin Scott Thomas) hanno una loro completezza narrativa che si esprime in modo magistrale anche solo in poche battute. E questo non è qualcosa di comune. Dialoghi secchi e brillanti, ritmo incalzante, coinvolgimento quasi sfrontato dello spettatore con sguardo in macchina e rottura della dimensione rappresentativa classica, ripetizione di jingle musicali: sono questi i tratti peculiari a livello tecnico.

A livello di contenuti invece ci troviamo di fronte ad una serie che non si pone limiti nel rappresentare il buco nero che abbiamo dentro di noi e che ci condiziona, ci guida, ma pure ci spinge gli uni verso gli altri. La solitudine di tutti i personaggi è tangibile, ma accanto ad essa c’è la resistenza delle persone, il loro modo scomposto, possessivo a volte perfino distruttivo di amare. Rispetto alla prima stagione c’è una diffusa resilienza.

La grandezza di personaggi come il marito di Claire, Martin, è che davvero ci risulta meschino, spregevole, manesco e possessivo, ma il suo bisogno di amore, la sua dichiarazione di dipendenza da Claire è comunque emozionante perché umanissima. Anche la dipendenze (che è in realtà bidirezionale) del padre dalla matrigna ci appare grondante di umanità. Ci sono passaggi di grande scrittura (come il monologo sulla menopausa di Kristin Scott Thomas) che descrivono al meglio tutto il peso della solitudine che ci accomuna e che al contempo ci separa dagli altri.

Fleabag ed il Prete hanno in comune questa solitudine sconfinata che li porta a parlare l’uno con Dio e l’altra con noi: il loro incontro è qualcosa di naturale. Lui è l’unico ad accorgersi che lei ogni tanto si assenta per parlare con noi. Non importa il fatto che si tratti di un sacerdote, non c’è niente di irriverente o di blasfemo: la scelta è funzionale alla rappresentazione del fatto che il loro incontro è ostacolato dal destino e questo fa assumere alla vicenda un tono quasi tragico che viene stemperato, in un finale denso ed essenziale, dalla consueta ironia al limite della black-comedy.

Tra i contenuti della serie che hanno avuto particolare risonanza c’è un gusto e una sensibilità femminista che ha il grande merito di rappresentare il mondo femminile in modo non convenzionale. Anzi, non mancano le stoccate verso un femminismo statico e velato di ipocrisia. Una frase come “Qualche volta penso che non sarei stata così femminista se avessi avuto delle tette più grandi” sarebbe difficilmente accettabile in un altro contesto. In generale è comunque il singolo individuo ad essere al centro dell’universo narrativo: sono i sentimenti e le emozioni ad avere sempre la meglio, anche in modo irriverente.

Di politically correct nella scrittura di Phoebe non c’è mai stato molto, a cominciare da Killing Eve.

Se analizziamo i personaggi di Killing Eve parallelamente a quelli di Fleabag notiamo come l’elemento comune alle protagoniste sia la capacità di andare fino in fondo o, forse, di toccare il fondo, non intendendo con questo un processo di abbruttimento e di abbandono, quanto di consapevolezza e di assoluta coerenza con il proprio modo di essere.

Se Eve Polastri deve (prima) e vuole (dopo) guardare in faccia il lato oscuro della propria personalità, Fleabag deve confrontarsi con Claire, per molti aspetti ai suoi antipodi, per trovare più stabilità, ma anche per consentire alla sorella di essere più libera; in questa stagione il ruolo della protagonista è infatti determinante per consentire a Claire di liberarsi di una parte della propria vita che rappresenta una zavorra, un peso. Per andare fino in fondo hanno bisogno una dell’altra, proprio come Eve ha bisogno di Villanelle (e viceversa). In questo caso manca l’attrazione erotica reciproca, compensata da una relazione parentale che però nulla toglie alla conflittualità (positiva) del rapporto. Parlerei quasi di conflittualità creatrice, sia verso se stessi che verso gli altri.

Un elemento tutt’altro che secondario e che merita di essere ricordato sono le ottime interpretazioni degli attori coinvolti, tra cui spicca la matrigna di Fleabag, Olivia Colman già premio Oscar per La favorita (2018). In questa stagione c’è spazio anche per una fugace apparizione di Fiona Shaw (già Carolyn in Killing Eve) che interpreta con piglio e sopracciglio una psicologa.

La seconda dovrebbe essere l’ultima stagione, ma non perdiamo la speranza che Phoebe possa cambiare idea e regalarci una terza gemma, magari a distanza di qualche anno, continuando a raccontare il percorso di Fleabag (e nostro) attraverso una realtà sempre più liquida, fluttuante, mutevole. E’ infatti questo senso di stordimento e di smarrimento di fronte al mondo che rende Fleabag una narrazione precisa ed esaustiva sulla nostra società e non solo una rappresentazione, per quanto efficace, del disagio del singolo.

Titolo originale: Fleabag
Numero degli episodi: 6
Durata media ad episodio: 26 minuti
Distribuzione streaming: Amazon Prime Video

CONSIGLIATO: A chi ama le risate sapide della stand-up comedy, i dialoghi serrati ed il ritmo frenetico che nascondono qualcosa di profondo e di riflessivo.

SCONSIGLIATO: A chi è poco interessato alla dimensione di Demetra, nella vita come nelle serie TV.

VISIONI PARALLELE:

Killing Eve, scritta da Phoebe Waller Bridge mantiene gli stessi dialoghi serrati e la stessa capacità di indagare nella parte femminile del nostro animo, ma con l’aggiunta di più azione e di un pizzico di erotismo. Una spy story al femminile mai banale, con due interpreti (Sandra Oh e Jodie Comer) in stato di grazia.

La fantastica signora Maisel, per chi ama il mondo della stand-up comedy, le battute taglienti ed il clima elettrizzante della New York anni ’50. Un gioiello della commedia brillante con qualche incursione nel musical e nel dramma romantico realizzato dai coniugi Palladino.

UN’IMMAGINE: Entra di corsa nel negozio per lamentarsi di come ha tagliato i capelli della sorella e di fronte all’obiezione piccata del parrucchiere che i capelli non sono tutto, Fleabag esibisce il meglio del suo repertorio: “I capelli sono tutto. Vorremo che non lo fossero, così ogni tanto potremmo pensare a qualcos’altro, ma lo sono. Fa la differenza tra una bella e una brutta giornata. Ci spingono a pensare che è un simbolo di potere, un simbolo di fertilità. Certa gente viene sfruttata per questo e con questo tu ci paghi le bollette! I capelli sono tutto, Anthony!”.

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