Cannes 2019. Roubaix, une lumière – Oh Mercy

Roubaix, une lumière – Oh Mercy ***

Il nuovo film di Arnaud Desplechin, il decimo della sua carriera, cominciata proprio a Cannes nei primi anni ’90, è l’ennesimo ritorno a Roubaix, la sua città natale, quella dove molti dei suoi personaggi hanno preso vita.

Siamo lontanissimi però dalle avventure sentimentali e politiche di Paul Dedalus, il suo alter ego cinematografico, spesso interpretato da Mathieu Amalric. Non è la Roubaix romantica e incantata del capolavoro I miei giorni più belli. Neppure la ricca città industriale di un tempo: è invece una realtà tragicamente impoverita, una città di ladruncoli e spacciatori, di poliziotti e violentatori, di miseria morale e materiale.

Mai come questa volta Desplechin sembra voler dare al suo cinema malinconico e meditativo, una svolta più realista, raccontando le notti di un commissario di polizia, l’algerino Daud, che la famiglia ha abbandonato a Roubaix, per tornare nel paese natio. Un nuovo tenente Luis si è appena trasferito nella sua stazione. La routine quotidiana dei due viene rotta dalla ricerca di una diciassettenne scomparsa da cinque settimane, dallo stupro nella metropolitana di un’altra adolescente, e dall’incendio di un appartamento abbandonato in una strada malfamata a cui segue l’omicidio di un’anziana ottantenne, che viveva nell’appartamento accanto, forse provocato da una rapina finita male.

Le due testimoni dell’incendio, due giovani dropout, Claude e Marie, finiscono per essere sospettate dell’omicidio successivo.

E’ un film tutto al femminile, questo Oh Mercy – Roubaix, une lumière, le donne sono vittime e carnefici, sno testimoni e protagoniste. La suggestione per questo nuovo film Desplechin la prende da immagini di cronaca nera di dieci anni fa, dall’idea che, per una volta, sia più interessante raccontare le due donne accusate, piuttosto che le vittime.

E così costringe il suo cinema a trovare spazio nella vita delle persone comuni che sono pratagoniste di questa storia, invertendo radicalmente il principio informativo del suo raccontare.

L’occhio notturno e maliconico di Desplechin si posa su una realtà diversa da quella osservata nei suoi film, ma in fondo, anche se i personaggi che racconta sono diversi da quelli a cui siamo abituati e hanno un’estrazione sociale profondamente differente, quello che interessa al regista è sempre la tragedia dei sentimenti, l’umanità dei rapporti personali, che continuano ad essere l’elemento centrale della sua riflessione.

Anche in questo dramma poliziesco, che assume una struttura più classicamente di genere, almeno nella seconda metà – con gli interrogatori ripetuti, le prove, i sopralluoghi, le notti in custodia e tutto quello che abbiamo visto molte volte sul grande schermo – sono sempre i rapporti umani a contare.

Quelli che Daud riesce a instaurare con le due sospettate e quelli che emergono tra le due donne, a colorare pian piano di una luce nuova, un delitto apparentemente efferato e inutile.

Desplechin continua a dirci che il mistero più grande, quello a cui dobbiamo dedicare ogni nostra indagine, è nascosto nell’animo umano. Solo riuscendo a comprendere le persone si può sperare di arrivare alla verità. Il loro dolore, la loro sofferenza, i loro motivi, le loro debolezze.

E questo è tanto più vero quando è la giustizia a doverlo fare, attraverso gli uomini a cui l’abbiamo affidata.

Malinconico e dolente, il Daud di Roschdy Zem è un commissario determinato, ma serafico, un’indagatore d’anime, oltre che un uomo d’ordine. Uno che crede profondamente nella legge, nel progresso sociale, nel welfare pubblico e nel perdono. Un personaggio che sembra non avere altro a cui aggrapparsi nella vita, che il suo lavoro. Qualcosa a cui ha finito per sacrificare tutto se stesso. Straniero nella sua città può comprendere e riconoscere le regioni degli altri, condividerne l’umanità.

Il suo sguardo sulle cose della vita è quello dello stesso Desplechin, ovvero di chi osserva, interroga, indaga e poi ricostruisce teatralmente quello che ha potuto comprendere, attraverso la messa in scena. Il procedimento della giustizia, come quello del cinema. Entrambe approssimazioni verosimili della realtà.

Altrettanto indovinate le due giovani, criminali per disperazione, il cui ritratto emerge più chiaramente, interrogatorio dopo interrogatorio, intepretate da Lea Seydoux e Sara Forestier, mai così dimesse, imbruttite, protagoniste di un dramma della miseria.

La scena in cui sono chiamate a reimmaginare sulla scena del crimine, il loro delitto lascia i brividi, così come l’interrogatorio comune, per unificare le due confessioni: la verità è sempre un inganno, forse impossibile da raggiungere, se non con l’approssimazione degli uomini.

E’ un mondo cupo e tragico, quello dipinto dagli autori di questo 72° Festival di Cannes, in cui i confini tra bene e male si sono persi da tempo, disperatamente in cerca di giustizia e possibilità. Anche un poeta dei sentimenti come Depslechin ne ha preso atto, alla sua maniera.

Oh Mercy – Roubaix, une lumière è un film di dolente semplicità e se forse non arriva alle vette di I Re e la Regina, Racconto di Natale o I miei giorni più belli, è certamente uno dei più riusciti nella carriera discontinua di Desplechin. E anche se non tutto funziona, fino in fondo, e il film talvolta sembra perdere equilibrio, soprattutto nelle storie che scorrono accanto a quella principale, lo fa anche per continuare a cercare quella pietà, che il titolo annuncia e che è rimasta l’unica àncora a cui aggrapparsi nella tempesta.

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