Cannes 2019. Matthias & Maxime

Matthias & Maxime *1/2

Figlio prediletto del Festival di Cannes sin dall’esordio di I killed my mother, dieci anni fa, premiato con la Caméra d’or, Xavier Dolan ritorna in concorso con Matthias & Maxim, un languido melò ambientato nel natio Quebec.

Negli ultimi tre anni Dolan ha cercato di dare forma al suo debutto americano La mia vita con John F.Donovan, senza riuscirci per davvero: girato con un cast sontuoso, montato una prima volta, poi una seconda, tagliando addirittura per intero il ruolo di Jessica Chastain, quindi – dopo troppi rinvii – un debutto disastroso a Toronto e poi l’oblio, che tocca alle opere sfortunate.

Nel frattempo Dolan ha lavorato in fretta e furia ad un nuovo piccolo film personale, che ha scritto, diretto, montato e interpretato, tornando (troppo) confortevolmente ai temi dei suoi esordi. Nonostante infatti abbia appena compiuto 30 anni, Matthias & Maxim è il suo ottavo film, ma sembra il primo.

I due personaggi del titolo sono due amici trentenni, che si conoscono da bambini ed hanno sempre vissuto assieme. Le loro vite si stanno separando sempre di più: mentre Maxime è uno scapestrato senza qualità che sta per emigrare in Austrialia, un po’ per disperazione – personale e familiare – più che per una vera vocazione, Matthias è invece diventato un avvocato e lavora nel grande studio del padre, è fidanzato e ha una vita piuttosto stabile.

Quando una loro amica instagrammer, per gioco e per caso, li coinvolge, per motivi di studio, come attori di un cortometraggio, nel quale i due devono baciarsi, quell’evento apparentemente insignificante, scatena invece una tempesta emotiva, che travolge radicalmente le loro vite, sino a quel punto rigorosamente eterosessuali.

I due si allontanano ancora di più, si evitano, non riescono più a parlarsi o anche solo a guardarsi. Maxime sembra aver accettato più consapevolmente i propri nuovi sentimenti, mentre Matthias nega fino in fondo che esistano e possano avere un futuro. Il fatto che, dopo pochi giorni, Maxime lascerà il Quebec, per almeno due anni e forse per sempre, lo spinge a resistere.

Qualcuno ha scritto che si tratta della versione di Harry ti presento Sally per giovani omosessuali: l’amicizia solidissima tra due uomini può diventare qualcosa di diverso? E cosa resta poi, quando la passione finisce?

In realtà il film di Dolan è un nuovo passo falso, in una carriera che ha bruciato le tappe e sembra trovare l’enfant prodige canadese improvvisamente a corto di buone idee.

Questo suo film è già tutta maniera: c’è il francese québécois incomprensibile, parlato dai personaggi, le schermaglie amorose e familiari, i conflitti urlati, l’ironia tagliente e pop, le madri (proprie) sempre colpevoli, quelle degli altri che sembrano uscite da un film di Almodovar degli anni ’80, i figli che subiscono, la passione nascosta che non riesce a trattenersi.

L’abbiamo già visto in quasi tutti i primi film di Dolan, con ben altro spessore, altra cura, altra originalità.

La sola idea che il regista di Mommy o di Laurence Anyways, abbia potuto girare, ora, un film tutto ripiegato e onanistico come Matthias & Maxim, non può che lasciare sconcertati.

Il regista Dolan ha poi scelto due protagonisti di rara antipatia – uno è proprio lui stesso(!!!), con una enorme voglia rossa sul viso: ma perchè? – ai quali ha consegnato due parti altrettanto mal scritte. Il loro Sturm und Drang rimane così distante e prevedibile, che dopo pochi minuti il film ci ha già perduti: non si parteggia mai per loro. Peraltro sembrano due completi idioti, senza alcuna apparente qualità, e questo non aiuta.

Gli affanni sentimentali di Matthias & Maxim ci rimangono terribilmente estranei. E per un melò questa è la colpa più grave.

Anche perchè la fotografia in 35mm, con camera a mano e continui zoom, di André Turpin è di rara bruttezza, cupa, bluastra, apparentemente sciatta e mal illuminata, contribuendo a segnare la distanza con i due protagonisti.

Sembra di vedere al cortometraggio studentesco di uno dei personaggi del film, gonfiato fino ad occupare senza meriti due ore infinite, con tutte le ingenuità di un’opera prima.

La solita colonna sonora ultrapop, questa volta arricchita da qualche intermezzo di musica classica, non serve a molto, neanche dal punto di vista emotivo.

Disastroso.

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