I morti non muoiono

I morti non muoiono – The Dead Don’t Die **

Film d’esordio della 72° edizione del Festival di Cannes e tredicesimo lungometraggio, diretto da Jim Jarmusch, nella sua ormai quasi quarantennale carriera, The Dead Don’t Die è una commedia zombie, che omaggia i maestri, non si prende mai troppo sul serio, si muove con i ritmi compassati familiari al suo regista e passa senza lasciare traccia, nonostante un cast di grandi e grandissimi attori, capitanato da Bill Murray e Adam Driver.

I due sono, assieme a Chloe Savigny, i poliziotti di un piccolissimo paese, Centerville, nemmeno 800 anime con un motel, un diner, uno store pieno di armi e una prigione e un istituto correzionale per minorenni.

E’ l’america profonda che ha ha votato Trump e che se ne vanta, con i cappellini rossi in testa, a rilanciare lo slogan presidenziale, riveduto e corretto.

Quando però le trivellazioni ai due poli, fortemente volute dalla nuova amministrazione, sembrano aver provocato un’inversione della rotazione terrestre, una serie di strani fenomeni annunciano il ritorno dei non morti, mentre la propaganda di regime irride le cassandre della scienza.

La storia del film ce la racconta un Tom Waits, eremita nei boschi, lontano da tutto e da tutti, che osserva con il suo binocolo il risveglio delle anime defunte, che tornano là dove l’ossessione della loro vita li aveva condotti: chi vaneggia di app, chi preferisce lo Chardonnay o il caffè, chi pretende il wi-fi e chi i negozi di caramelle o fumetti, chi infine il campo da tennis o da football. E’ lo stereotipo dell’America e delle sue manie.

A vegliare sui morti, prima e dopo il loro risveglio, c’è Tilda Swinton, che gestisce una funeral home, con accento scozzese e abilità con la spada, da far impallidire la sposa di Kill Bill.

Nel frattempo arrivano in città tre hipster da Cleveland, a bordo di un’auto d’epoca. Saranno anche loro travolti dall’orda.

Assetati di sangue fresco, gli zombi catatonici, in puro stile romeriano, sono ossessionati dal consumo. Si muovono lentissimi, ma inarrestabili, e si fermano solo colpendoli alla testa. E allora catane, mazze e pistole sono le uniche armi che possono servire.

Il vice-sceriffo Adam Driver lo dice subito: andrà a finire male, “ho letto il copione per intero”. Bill Murray invece ci crede ancora, con la sua flemma imperturbabile, “Jim mi ha dato da leggere solo le mie scene: dopo tutto quello che ho fatto per lui”.

Freddure, metacinema, omaggi: nulla però che riesca davvero ad appassionare. The Dead Don’t Die, che prende in prestito il titolo da una canzone country piuttosto stucchevole di Sturgill Simpson, scritta apposta per Jarmusch, sembra un gioco a somma zero, forse divertente per chi vi ha partecipato, ma un po’ insapore per chi si trovi ad assaggiarlo.  Un po’ come i morsi dei suoi zombi, tanto prevedibili e inesorabili quanto insoddisfacenti.

Il film non si risparmia sangue e frattaglie in quantità, teste mozzate ed esplose senza remore, come è giusto che sia in un film di genere.

Anche all’interno della filmografia di Jarmusch il suo ultimo film impallidisce al confronto con il lirico Paterson e con malinconico melò di vampiri, Solo gli amanti sopravvivono, per non dire dell’amarezza di Broken Flowers o della radicalità zen di Ghost Dog, per citare solo i suoi lavori degli ultimi vent’anni.

Come spesso succede a Cannes, l’apertura è solo una falsa partenza. Attendiamo giorni migliori.

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