Spielberg in prima linea nella battaglia contro Netflix

Spielberg è stato uno dei kingmaker del recente trionfo agli Oscar di Green Book. E’ stato lui a portare il film alla Universal, si è mosso come poteva, facendo pesare la sua influenza e parlando chiaro in proposito dei lavori di Netflix: a suo parere se un film è distribuito in streaming dovrebbe concorrere agli Emmy, i premi televisivi, e non agli Oscar, riservati ai film distribuiti in sala.

E i membri dell’Academy pare l’abbiano, in buona parte, ascoltato.

Fin dal 2012 il regolamento consente anche ai lavori distribuiti dalle nuove piattaforme di avere la loro rappresentanza durante la Notte degli Oscar. E questo è particolarmente significativo per documentari, film stranieri, cortometraggi e animazioni, che molto spesso trovano la loro strada verso il pubblico proprio grazie ai nuovi player online.

Con l’ingresso in campo di Roma e con la grande campagna orchestrata da Netflix per accreditarsi nel tempio dell’industria americana, le posizioni si sono fatte più radicali.

Già Cannes ha indicato una strada, rifiutando il concorso ai film Netflix, ed ora il gruppo di executives capeggiato da Spielberg, pare che interverrà alla prossima riunione del Board dell’Academy, per sostenere nuove modifiche, che impediscano un altro caso Roma. Ovvero un film che ha avuto una finestra di sole tre settimane in sale selezionate, prima di essere disponibile in streaming.

E così mentre Disney, Apple e altre major stanno per lanciare i loro servizi online, per competere con Hulu, Amazon e Netflix, una parte dell’Academy sceglie di combattere una battaglia in nome della distribuzione tradizionale: ed il terreno di scontro scelto, non è quello del mercato, come ci si aspetterebbe in una delle patrie del pensiero liberale, ma nel piccolo recinto degli Oscar, ovvero dei premi che dovrebbero riconoscere l’eccellenza e il merito, a prescindere da origine, nazionalità, distribuzione, investimenti.

Certo, nessuno è veramente immacolato in questa battaglia campale, per il predominio di una delle industrie culturali più ricche del mondo, perche anche Netflix ha un modello di business opaco, le sue finestre cambiano a seconda dei film, noleggia i cinema dove mostrare i suoi film, senza divulgare i dati degli incassi, cerca di prendere da red carpet e premi solo l’aura positiva, che questi gli possono dare.

Eppure nel momento in cui Martin Scorsese si appresta a far debuttare il suo nuovo film su Netflix, in cui moltissimi autori e registi hanno trovato in quel contesto, una disponibilità a sostenere anche i loro progetti più rischiosi, questa battaglia sugli Oscar appare una scelta conservatrice  di retroguardia, oltre che semplicemente protezionistica.

La cosa è ancor più paradossale se consideriamo che le major sono sempre più concentrate a sfornare solo episodi, sempre più gonfi, di franchise spremuti fino all’ultima goccia e società come Amazon e  Netflix finiscono così per colmare un vuoto, che le piccole società di distribuzione indipendenti (A24, Neon, Focus, Lionsgate) non riescono sempre a  riempire, persino quando hanno le spalle larghe come Annapurna.

E ancora non sappiamo cosa accadrà al nuovo colosso Disney/Fox, che pure comprende l’illuminata Fox Searchlight, responsabile di tanti grandi successi d’autore negli ultimi quindici anni.

Alla fine, chi rischia di rimetterci di più è, come sempre, il cinema indie…

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