Berlinale 2019. Hellhole

Hellhole *1/2

È da un po’ che siamo tutti tesi. A guardare il quadro generale la situazione non si mette benissimo e ogni sintomo di malessere viene trasformato in principio scatenante. Così, quando nel marzo 2016 tre uomini si fanno esplodere alla stazione della metropolitana Maelbeek e all’aeroporto di Bruxelles-National, in tempo zero i tabloid di mezzo mondo additano Bruxelles come capitale jihadista e quella che fino al giorno prima era una metropoli come tante si trasforma in buco infernale nella narrazione collettiva.

Il regista Bas Devos coglie la palla al balzo, imbraccia la telecamera e si addentra nella nebulosa atmosfera del post-tragedia mettendo a fuoco le vite di persone comuni per demistificare le esagerazioni dei media, riportando sé stesso, gli abitanti della sua città, gli spettatori di tutto il mondo a un piano di realtà. Il coefficiente narrativo è bassino: abbiamo una traduttrice del Parlamento narcolettica (Alba Rohrwacher), un pilota di guerra sul fronte Mediorientale, un ragazzino tormentato dalle emicranie, ognuno perso nei suoi microdrammi e incerto sul da farsi, le loro storie accomunate dalla figura del dottor Wannes, medico a domicilio. Guardata attraverso i loro occhi, Bruxelles diventa per metonimia l’Europa di cui dovrebbe essere il centro politico, e il risultato non è dei più allegri. Quella di Davos e dei suoi personaggi infatti è un’Europa che rimane sospesa nelle pause di una telefonata, che si trascina stanca sul posto di lavoro, impaurita e disincantata nei confronti del futuro, poliglotta e multiculturale ma incagliata in una sostanziale incapacità di comunicare – e anche se ne fosse in grado, cosa avrebbe da dire?

I militari a mitra spianato si confondono fra la folla, nei parchi pubblici rifugiati politici senza un posto dove andare stendono i loro vestiti di fianco a ragazzini che giocano a pallone, persone sole si incontrano e provano con scarsi risultati a sentirsi complete. Le inquadrature non si sforzano nemmeno di ricercare un qualsivoglia effetto estetico, il coinvolgimento emotivo non è contemplato, un anestetico in formato cinematografico che raggiunge il suo obiettivo nella misura in cui mortifica chi lo guarda. In questo quasi-documentario nessuno vince e nessuno perde, qualcosa si distrugge ma nulla si trasforma.

Tutto sommato, più uno sfogo personale – frustrato, non rabbioso – che un’opera concepita per il grande pubblico, come testimonia la notevole quantità di fughe dalla sala a metà proiezione. D’altro canto, per spezzare una lancia in favore del regista, è probabile che sfogarci sia quello di cui al momento abbiamo più bisogno.

Presentato nella sezione Panorama del 69esimo Festival del Cinema di Berlino.

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