The First: non c’è spazio per tutti

Se, in un innocente gioco di analogie e di rimandi, provassimo a paragonare The First a una ricetta di cucina, allora niente ci impedirebbe di dire che questa serie tv di produzione angloamericana (Hulu più Channel 4) presenta ingredienti scelti di primissima qualità. Una storia, almeno sulla carta, accattivante e dalle sfumature epiche, lo showrunner delle prime quattro stagioni di House of Cards in testa al progetto, un attore istrionico al centro del racconto, un cast complessivamente molto valido, quattro registi di livello internazionale per otto episodi totali, musiche curate da uno dei più importanti sassofonisti jazz statunitensi, il tutto condito da un budget di 54 milioni di dollari. Ma, all’assaggio, le attese iniziali sono parzialmente deluse. Cos’è andato storto?

Per restare nella cornice della metafora, The First, serie che narra le complesse vicissitudini della prima spedizione umana su Marte nel 2033, è un amalgama non riuscito. L’incipit, a onor del vero, è elettrizzante. Il comandante Tom Hagerty sta guardando in  televisione il lancio di Providence One, a casa sua, con il fedele cane Apollo (!) accucciato ai suoi piedi. Tom, alias un muscoloso Sean Penn, è stato estromesso dalla missione e, vinto dall’amarezza e da rimorsi di cui poi scopriremo l’origine, evita di recarsi presso il Centro di Controllo. Senza alcun dubbio, però, tifa per i suoi ex compagni di volo e trattiene il fiato. Gli occhi di miliardi di telespettatori sono incollati agli schermi. I familiari degli astronauti sono sugli spalti, mano nella mano, a scandire il countdown. E poi, inesorabile, ecco il fattaccio. Il vettore, in una sequenza che ricorda da vicino la tragedia del Challenger del 28 gennaio 1986, esplode pochi secondi dopo la partenza. Il disastro soffoca le ambizioni di gloria e deprime anche la storia.

Sarebbe lecito aspettarsi, dopo cotanto strazio, una trama imperniata sull’eterno conflitto tra il potere ottuso e l’eroismo del singolo, una variazione, forse scontata ma comunque intrigante, sul tema americanissimo della frontiera, magari un western cosmico, con un Sean Penn tormentato e scalpitante, in attesa di essere richiamato in servizio per aggiustare, come solo lui sa fare, le falle del sistema. In parte è così. Solo in parte, perché, quantomeno dal terzo/quarto episodio in poi, la serie prende la strada del drammone familiare, costruito con l’ausilio di numerosi flashback e incastrato in dialoghi spesso singhiozzanti. La domanda sorge spontanea: ci avete fatto sbirciare le stelle per darci in pasto le lacrime? Il comandante Tom doveva per forza scontare le sue pene di uomo infelice, al cospetto di una figlia alquanto problematica, Denise (Anne Jacoby-Heron), che lo incolpa del decesso della madre Diana (Melissa George), avvenuto, quasi certamente, per suicidio? I due poli, quello che attrae l’uomo dall’alto del cielo stellato e quello che lo spinge verso il basso, a guardare meditabondo in se stesso, generano un campo di tensioni non bilanciato a sufficienza da una scrittura incerta, rischiando così di lacerare il tessuto del racconto in più punti.

Ciò che resta maggiormente impresso nell’immaginario dello spettatore, dopo ogni episodio, è il linguaggio tecnologico, uno scenario futuribile reso con cura. Tra quindici anni l’intelligenza artificiale si è amalgamata, lei sì, con il nostro vissuto quotidiano. Gli assistenti virtuali sono onnipresenti, le case paiono interamente governate dalla domotica avanzata, le automobili si guidano da sole, speciali occhiali permettono di condividere filmati ed esperienze varie, la realtà aumentata è un’appendice percettiva accettata con tranquillità. Nell’aprile del 1968 lo psicologo Joseph Licklider e l’informatico Robert Taylor, in un articolo ospitato sulla rivista Science & Tecnology, pronunciavano una sentenza, un azzeccato presagio della svolta postumana: “Tra pochi anni gli uomini potranno comunicare più efficacemente attraverso un computer che guardandosi negli occhi”. Più radicalmente ancora, in The First: non attraverso, bensì con invisibili macchine governate dagli algoritmi, in sostituzione dell’Uomo, specie inefficiente e fallibile.

Oltre alle frizioni familiari, ai risentimenti, alle angosce individuali, in The First spiccano i contrasti tra poteri. La politica e l’opinione pubblica chiedono per quale motivo si debba organizzare una seconda missione, se la prima è miseramente fallita. Con quali costi? Non sarebbe meglio dirottare le risorse finanziarie su altri capitoli di spesa? Il mondo è gravato da piaghe epocali, inasprite fino al limite di un imminente collasso di civiltà: siccità diffusa, centinaia di milioni di profughi ambientali, crisi climatica permanente. Nello sfacelo ecologico, ambire a calpestare il suolo di Marte è prioritario? Di fronte a pressanti questioni etiche, l’algida Laz Ingram (Natasha McElhone, già protagonista dell’inutile remake di Solaris del 2002), amministratrice delegata del colosso privato Vista, motore economico del progetto, non può che corteggiare il carismatico comandante Hagerty affinché ritorni in pista, prima come sponsor per convincere le lobbies a cedere, poi, smussate le resistenze della Presidente USA (donna, come in Homeland) e del Congresso americano, riportato al vertice delle operazioni nella veste di riabilitato protagonista.

Il ritorno di Tom Hagerty provoca agitazione sia nel rinnovato team al lavoro per raggiungere il pianeta rosso, sia nella sua cerchia intima di affetti e amicizie. Il comandante non solo si è avvicinato alla inconsolabile vedova di uno degli astronauti periti nell’incidente, ma sta tentando, soprattutto, di ripristinare un legame vero con la figliol prodiga, artista in erba versata nella pittura, che preferirebbe avere per sé il padre, anziché vederselo sottratto dal canto di sirene della gloria eterna. Non sono state forse le distanze abissali tra la Terra e la Luna, meta ricorrente delle precedenti missioni di Hagerty, e il tempo trascorso lassù, a scavare un solco di incomprensione tra lui e Diane e a causare il disagio nella madre, degenerato in psicosi?

The First subordina l’afflato epico ad esigenze intimiste e ripiega sulla matassa imbrogliata dei dilemmi umani. A bordo della seconda Providence, a seguito dei tagli dell’Amministrazione, dettaglio realistico che gli autori evidenziano, non c’è spazio per tutti. Inevitabile, piomba addosso allo spettatore la questione di genere. Sarà un uomo oppure una donna a essere scartata? Irrompe anche la complicazione ‘razziale’: Kayla Price, interpretata dalla brava LisaGay Hamilton, è la comandante della missione, scalzata da Tom. Purtroppo è nera e, aggravante, lesbica.

Imbarcarsi, decollare, staccare i piedi dal suolo non è impresa facile, anche se rappresenta, forse, l’unico modo per recidere legami falsi o opprimenti. Ognuno ha la sua croce, piantata sulla dura roccia della Terra: c’è chi deve dire un arrivederci che sa di addio alla famiglia, chi si commiata con uno sguardo sincero, relegando un fidanzato ai margini dei propri interessi, chi non ha nessuno, e nello specchio vede il fantasma della solitudine. Lo specchio è replicato nel virtuale. Gli astronauti mettono a punto un ologramma e si ritrovano a conversare con il proprio clone proiettato davanti a sé. The First insiste sul tema della coscienza e del perdono. Cosa fa Tom, a cospetto della sua immagine spettrale, se non cercare una risposta al suo rovello interiore, in un surreale dialogo cibernetico con se stesso? È una confessione. La soluzione qui non sta nella fede o nella grazia, bensì nell’evidenza del Progresso, nella forza irresistibile esercitata dalla Scienza e dalla Tecnica: un piccolo passo per un uomo rappresenta, lo sappiamo, un passo gigantesco per l’Umanità.

The First è appesantito da digressioni che imprimono alla narrazione un andamento ellittico e farraginoso. Si registrano anche filosofemi in stile Malick, sparati da una voce fuori campo, un escamotage che rischia, con i suoi eccessi di presunzione, di guastare la visione. Inoltre, compare una misteriosa figura umana (o divina?), a presiedere, o addirittura ad indirizzare, le principali svolte narrative. Il quesito che gli autori tentano di far affiorare con simili artifici è il seguente: quanto conta il caso nelle nostre esistenze? Il caso batte la volontà o possiamo impegnarci affinché accada l’opposto? Il disastro del Providence One, si scopre dopo accurata indagine, è stato causato da un quarto di dollaro caduto dalle tasche di un tecnico sulla rampa di lancio, un soldino che gli astronauti portavano con sé a mo’ di portafortuna. Analogico contro digitale is the new Davide contro Golia. Anche in tempi di algoritmi e big data, basta un granello a far saltare l’ingranaggio.

Quattro sono i registi di The First. Agnieszka Holland ha girato i primi due episodi. Tra i maggiori cineasti polacchi, è vincitrice di un Premio della critica al Festival di Cannes nel 1978 ed è già comparsa dietro la macchina da presa in serie oramai di culto (The Wire, The Killing).

I suoi compagni di regia sono, in successione: il veterano di molte serie tv Daniel Sackheim; la turca Deniz Gazme Ergüven, autrice del pregevolissimo Mustang del 2015; a chiudere, l’australiano Ariel Kleiman, esordito nei lungometraggi con Partisan, presentato tre anni fa al Sundance Film Festival. Quattro assi, cui si aggiunge il jolly Beau Willimon, sceneggiatore di House of Cards. Non c’è molto da dire: siamo nell’empireo della serialità televisiva, ed è questa consapevolezza ad aumentare il rammarico per l’occasione mancata con The First. Le sequenze conclusive, ammiccanti nei confronti dell’iconografia classica di 2001 Odissea nello Spazio, lasciano intravedere un’evoluzione promettente. La seconda stagione pare essere proiettata, con maggiore decisione, nell’orizzonte mitico delle storie di frontiera.

Per terminare, è doveroso un pensiero su Sean Penn. Il due volte premio Oscar, colonna della militanza progressista in Hollywood, è una garanzia di professionalità, presenza scenica e intelligenza attoriale. Il suo limite, semmai, è di essere oramai troppo Sean Penn per essere altro. Resistere a Tom Hagerty? Nonostante le manifeste fragilità di un uomo ferito, è impossibile. La sua verve atletica e il suo slancio ideale lo porteranno lontano, dove nessun uomo è arrivato mai. The first è lui. Non sarà una figlia autolesionista a fermarlo. E nemmeno la Presidente degli Stati Uniti.

CONSIGLIATA A CHI: non vede l’ora di comunicare con gli oggetti di casa, da piccolo ha chiesto un telescopio a Babbo Natale, sta mettendo da parte i soldi per volare con Elon Musk.

SCONSIGLIATA A CHI: perde le monetine quando dà il resto, teme che alla fine del countdown accada sempre qualcosa di brutto, è rimasto fregato dai Google Glass.

PERCORSI DI VISIONI E LETTURE PARALLELE:

  • Nella sterminata produzione di genere, vale la pena segnalare un film recente che ha ripercorso l’epopea dell’esplorazione sovietica dello spazio: The Spacewalker – Il tempo dei primi di Dmitriy Kiselev (2017);
  • Tra i libri, eccone uno che ipotizza le trasformazioni antropologiche cui andremo incontro, a fronte della colonizzazione del pianeta rosso, entrando anche nei dettagli tecnici dell’impresa: Mary Roach, Come vivremo su Marte, Il Saggiatore, 2017.

TITOLO ORIGINALE: The First
NUMERO DI EPISODI: 8
DURATA DEGLI EPISODI: 45 minuti l’uno
DISTRIBUZIONE originale: Hulu
DISTRIBUZIONE in ITALIA: TIMvision
DATA DI USCITA in ITALIA: 19 Dicembre 2018

UNA FRASE PER RIASSUMERE LA SERIE: “Si, sono morte delle persone e ne moriranno delle altre. Ogni volta che le persone si avventurano verso l’ignoto, c’è un prezzo da pagare. Lo spazio non è mai stato sicuro, nessun confine lo è” (Laz Ingram).

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