Castle Rock. Le ceneri di Stephen King

Castle Rock **
Forse qualcuno si ricorderà del ‘Grillo Mediolanum’, pazzesca scultura in ceramica proposta da Luigi Ontani per dare alla città di Milano un nuovo simbolo comunale. Era il 1995, il fatto costò la poltrona all’assessore alla Cultura di allora, Italo Rota. L’opera, facilmente rintracciabile su Google, era un assemblaggio incongruo di capolavori dell’arte e di segni della gloriosa storia cittadina, dalla ‘merda d’artista’ di Piero Manzoni alla Pala di San Bernardino di Piero della Francesca, dall’uovo di Lucio Fontana al panettone. Il volto della statuetta riprendeva le fattezze dello stesso Ontani…

Ora, la visione di Castle Rock, serie tv firmata Hulu, ha destato in chi scrive questa recensione un sentimento di fastidio non dissimile, dovuto alla difficoltà di saldare cognitivamente le parti in un significato omogeneo. Per analogia, al posto del volto di Ontani immaginiamo quello di Stephen King, mentre braccia, gambe e torso dell’organismo corrispondono a personaggi, ambientazioni e storie prese dai romanzi dello scrittore americano. Non da un solo romanzo, ma da moltissimi. Giustapposizioni e accumulazioni ‘seriali’ bastano a rendere un concetto o ad onorare un autore? No.

Intendiamoci: Castle Rock non è brutta come il ‘Grillo Mediolanum’ né merita una censura netta ed irrevocabile. Eppure, domina una spiacevole sensazione, l’amaro in bocca di quando si sperimenta un’occasione sprecata. La serie vanta un parterre di attori di primissimo livello (Sissy Spacek, Bill Skarsgård, Melanie Lynskey, André Holland, Terry O’Quinn) e si avvale delle nobili mani di J.J. Abrams e dello stesso Stephen King, in qualità di produttori esecutivi.

I più ferrati tra gli estimatori del ‘sommo’ avranno già colto alcuni collegamenti importanti. Sissy Spacek è la protagonista del leggendario Carrie – Lo sguardo di Satana, film di Brian De Palma del 1977. Di recente, abbiamo ammirato il giovane Bill Skarsgård in IT. Terry O’Quinn è l’attore che interpretava lo sceriffo Haller di Unico indizio la luna piena. Melanie Lynskey è la Rachel/Sissy della miniserie Rose Red.

La logica alla base del cast, pertanto, è banale: attori e attrici si sono cimentati già, quasi tutti, in film o serie tv tratte da romanzi del venerato autore, ora settantunne. Da registrare la presenza di elementi iconici, quali il carcere-moloch, estrapolato di sana pianta da Le ali della libertà alias The Shawshank Redemption, la cornice di desolazione provinciale modello Stand by me, e una miriade di riferimenti, battute, stralci, messaggi impliciti, espliciti, sbandierati. Ovunque spira impetuoso il vento citazionista di Castle Rock, serie che, in essenza, nasce, cresce e si sviluppa come un bizzarro bignami della poetica kinghiana, accessibile ai neofiti e strutturato per livelli come un videogioco.

Maggiore è l’adesione dello spettatore alla materia, maggiori sono le possibilità di scovare riferimenti negli anfratti della sceneggiatura. Abbiamo a che fare con una poetica postmoderma, costruita su ammiccamenti, incastrata in un gioco di riflessi, elaborazioni, intrecci e accavallamenti. Tante porte di accesso al medesimo inferno, a quel male, che “non è una metafora” (ennesimo, granitico topos!) ma una realtà vivente.

Castle Rock, a dispetto degli eccessivi depistaggi, ha una sua trama. Al centro dell’azione c’è un povero diavolo. Skarsgård, uno dei migliori attori della sua generazione, presta il volto, pallido, emaciato e sinistro, ad un ragazzo senza nome, ritrovato per caso in una cella sotterranea, una sorta di cisterna nascosta nell’ala chiusa del carcere di Shawshank. Il ragazzo, alimentato da qualcuno a pane ed acqua, non parla e nessuno lo conosce. Con un filo di voce pronuncia il nome di Henry Deaver, un avvocato di colore, originario di Castle Rock, ruolo interpretato dal bravo André Holland, il Matt Miller di American Horror Story.

L’avvocato è specializzato nel patrocinare le cause di condannati a morte e per questo è considerato dai concittadini, nella migliore delle ipotesi, un inguaribile idealista. Ma vi è una stranezza ben più profonda nel suo passato, un buco nero che sfugge alla razionalità, un enigma irrisolto che fa di Henry Deaver, agli occhi dei trinariciuti compaesani, un appestato. Come morì il padre adottivo, un pastore abituato a trascinarlo nei boschi, alla folle ricerca della voce di Dio?

Il giovanissimo Henry ricomparve illeso e senza alcun sintomo di congelamento dopo undici giorni di sparizione. La sentenza non scritta è la seguente: il bambino causò, in un modo o nell’altro, il decesso del padre, rispettato perno della comunità. Il ragazzo senza nome e l’avvocato formano una coppia complementare. Ciò che li accomuna è il mistero originario della propria venuta sulla terra, un mistero che attrae, come una calamita, lutti infiniti.

Ben presto la cittadina è colpita da una serie di sventure. Una scia di sangue, di eccidi, di disastri, un festival della violenza nelle forme più inspiegate e assurde.

Sissy Spacek è Ruth, la madre adottiva di Henry Deaver. Colpita dal morbo di Alzheimer, personifica nella serie alcuni temi-cardine, concettualmente vicini: l’amnesia, la perdita di controllo e la non padronanza di sé. Questa disfunzione del ricordo, e della ragione, una falla nell’identità dei personaggi, avvolge Castle Rock come una rete spezzata. Il suicidio del direttore Dale Lacy apre le danze, fosco proemio in testa al primo episodio.

I personaggi fanno i conti con una metà mancante, una zavorra esistenziale, una nube incendiaria, che offusca la mente e minaccia di mandare in cenere, da un momento all’altro, l’ambiente circostante (Shining docet). Tutti camminano lungo il perimetro di uno spazio vuoto: il ragazzo è un naufrago spuntato come un fungo, contro ogni spiegazione plausibile, nel buio di una cella; l’avvocato non ha idea di chi siano i suoi genitori biologici né ha memoria delle circostanze che portarono al decesso del padre adottivo; lo sceriffo Alan Pangborn, interpretato da Scott Glenn, si lamenta di non riuscire a ricordare il viso della moglie defunta, e asseconda le follie senili dell’amata Ruth; Molly Strand, immobiliarista sociofobica, è una sensitiva in grado di percepire le vibrazioni negli altri; il pastore Deaver cade nella follia durante le sue peregrinazioni silvestri, tentando di decifrare un suono divino che, qualcuno rivelerà, è lo ‘schisma’, l’intervallo acustico più breve tra due suoni; Gordon è un professore in fuga dal suo lavoro, traviato dalle energie negative emanate dalle mura della nuova
casa, quella del suicida Dale Lacy, e condannato a confondere realtà e fantasia.

In Castle Rock troviamo troppi personaggi, troppe storie che meriterebbero una più degna collocazione. Chi sono, ad esempio, i bambini senza genitori che compaiono nel terzo episodio? La scena del ‘tribunale’, con i bambini mascherati e accomunati da un’unica, paurosa sentenza pronunciata all’unisono, “Guilty! Guilty! Guilty!” (“Colpevole! Colpevole! Colpevole!”), sbattuta in faccia a una Molly Strand in crisi di astinenza da droghe, è un’irruzione nel grottesco, magistrale per composizione, nonchè un omaggio a Lord of the Flies di William Golding, romanzo capitale del Novecento e fonte d’ispirazione per Stephen King.

Purtroppo il weird, l’irregolarità stupefacente dell’essere, è solo una figurina appiccicata sullo scheletro dello script: appare, lambisce la superficie dell’orrore e sfiorisce in fretta, schiacciata entro i confini di una sceneggiatura svilita a mero contenitore del folklore kinghiano. Gli indizi alimentano il sospetto che questa prima stagione svolga la funzione di lunga, macchinosa introduzione alle stagioni successive (la seconda è stata già annunciata), ove, si spera, i potenziali rami diventino il tronco di vere narrazioni di ampio respiro, maggiormente coinvolgenti sul piano emotivo.

Forse il limite più evidente sta nell’aver arruolato un numero eccessivo di attori/attrici, bravissimi/e, costretti/e a sgomitare per dipanare il proprio indiscutibile talento. Le singole recitazioni risultano eccellenti solo quando gli autori mollano le briglia e concedono a ciascuno di rendere al meglio il personaggio assegnato, ombra dopo ombra, sfumatura dopo sfumatura. Ne abbiamo una dimostrazione nel settimo episodio, scritto e plasmato sulla malattia degenerativa di Ruth.

Per un’ora, Sissy Spacek è assoluta protagonista e per lo spettatore è un incanto seguirla nei suoi (il)logici vaneggiamenti. Il cervello di Ruth squarcia il velo di Maya e inventa una coerenza del reale inaccessibile ai più. Il suo delirio, un incedere doloroso verso la verità, disegna un cammino alternativo, disciplinato dal crollo degli assi spazio-temporali, e avrebbe fatto saltare sulla sedia, per la meraviglia, il compianto Oliver Sacks. Il settimo episodio ruota attorno ad un fuoco narrativo preciso, e funziona. Una tensione stilistica originale lo pervade. È una gemma che spicca nella serie, un esempio di lucidità e di sinergia tra le parti che trova poche conferme altrove, favorendo il rammarico per quanto è andato perduto o è rimasto, almeno finora, inopinatamente sotto traccia.

Poco convincente risulta pure la soluzione all’affaire del ragazzo senza nome, sparata nel nono episodio come una specie di salvifico coup de théâtre. Una falsa soluzione, che non scioglie il nodo, ma affastella ulteriori elementi della mitologia kinghiana su un terreno già accidentato. In conclusione, si avverte uno scarto brusco tra le legittime aspettative iniziali e la resa finale. Il mantra che attraversa la serie e che incolpa la città di tutte le nefandezze accadute, disastri naturali (dimenticavo il megaincendio nei boschi che minaccia labitato…), e orrende azioni umane (vano elencarle tutte!), alla fine decade ad appello vano.

Paradossale: lo spettatore si aspetta che il male trasudi da ogni angolo di strada, dalle pareti, dai tombini, ma spesso Castle Rock ed il cupo Maine non superano la soglia critica, quella che trasforma lo sfondo in soggetto attivo, in luogo mefitico, predatore di anime e sventratore di coscienze. No. La serie è un furbo esercizio metaletterario, compiaciuto di essere tale. Prendere o lasciare.

L’ultima immagine, una spiritosa Jane Levy alias Jackie Torrance (!), in procinto di scrivere il suo romanzo, basato sugli eventi di cui è stata testimone, è l’emblema dello spirito antologico e ultracitazionistico del prodotto, un catalogo di memorabilia racchiuso in scatole cinesi. Un libro dovrebbe essere un’ascia che rompe il ghiaccio dentro di noi ma qui Franz Kafka resterebbe in attesa di una metamorfosi appena accennata.

CONSIGLIATA: Agli amanti del collezionismo, ai nostalgici degli anni’80, ai risolutori di rebus, a chi crede di vivere in una realtà parallela.
SCONSIGLIATA: Ai claustrofobici, ai piromani, a chi soffre di acufeni, a chi ha perso da poco il proprio cane.

LETTURE PARALLELE:
Per gli ultras dello scrittore: “Tutto Stephen King” di Bev Vincent, Sperling&Kupfer, 2010.
Per coloro che desiderano approfondire il significato ed il ruolo del ‘bizzarro’ nella cultura contemporanea: il recente “The weird and the Eerie” di Mark Fisher, edito da Minimum Fax.

TITOLO ORIGINALE: Castle Rock
NUMERO DI EPISODI: 10
DURATA DEGLI EPISODI: da 44 minuti a 1 ora
DISTRIBUZIONE: HULU
DISPONIBILE IN ITALIA: date non annunciate

UN’IMMAGINE: Lo sguardo del ragazzo senza nome, perso davanti a sé, come se ci interrogasse collettivamente sull’inesplicabile che accade.

 

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