A Quiet Passion

A Quiet Passion ***

L’ultimo film del regista inglese Terence Davies è dedicato all’americana Emily Dickinson, una delle voci più limpide e pure della poesia moderna, vissuta nella temperie romantica di metà Ottocento, ma il cui talento è stato scoperto solo dopo la sua morte, nel 1886.

Fu la sorella Vinnie a trovare, nella sua stanza, un piccolo, grande tesoro di quasi 1800 liriche, scritte su dei minuscoli quadernetti, rilegati a mano e conservati ordinatamente in un raccoglitore.

Solo grazie all’interessamento di Vinnie e dell’amante del fratello, Mabel Loomis Todd, fu possibile pubblicare e portare alla luce l’opera della solitaria poetessa, che visse reclusa nella casa paterna, per quasi tutta la sua esistenza.

Ma la prima edizione completa delle sue poesie è solo del 1955, e la seconda, a cura di Ralph W. Franklin, con una revisione della cronologia e una nuova numerazione è addirittura del 1998.

Raccontare la vita della Dickinson è, come potete immaginare, una sfida impari: nata nel 1830 a Amhurst nel Massachussetts, a parte una breve parentesi College Femminile di Mount Holyoke, trascorse quasi tutta la sua esistenza nella casa paterna, circondata dalla sua famiglia d’origine.

La sua vita semplice, ordinaria, il suo attaccamento morboso alle consuetudini familiari, si scontravano però con il suo spirito ribelle, anticonvenzionale, in cui il realismo si alimentava di provocazioni, desideri, libertà di spirito e di pensieri.

Incapace di uscire dalla condizione di figlia e dal microcosmo della grande casa di Amhurst, la Dickinson trovava nella poesia il modo per pacificare uno spirito ribelle, che viveva con tormento la rigidità puritana ottocentesca.

Pur all’interno di una famiglia capace di tollerare e assecondare il suo spirito iconoclasta, la Dickinson non riuscirà mai a vivere con pienezza il gioco dei sentimenti e delle passioni.

Alla solitudine autoimposta che tendeva sempre più a chiudere gli spazi della magione paterna sino a confinarne lo sguardo alla sola sua stanza, fanno da contraltare i suoi versi che, in sottofondo, sembrano sfondare ogni muro, per ricostruire poeticamente la realtà.

Davies asseconda placidamente lo scorrere di un tempo che appare magico, sospeso ed in cui nulla cambia davvero, in cui sono solo le piccole cose ordinarie a contare davvero: il sermone domenicale, l’invito a prendere un thè, la nascita di un nipote, la morte dei genitori, la visita di un medico, il tradimento di un fratello.

La Dickinson, come preannuciatole all’inizio dall’istitutrice del College, è sola nella sua ribellione. Non può condividerla che con i suoi versi, incapace di cedere alle convenzioni e di conformarsi al ruolo che la società ottocentesca prevedeva per lei.

Il film di Davies è capace di restituire con grande semplicità la vita della Dickinson e la temperie culturale e personale che furono corollario indispensabile per i suoi versi. Scevro da ogni retorica e da ogni cliché di genere, riesce a rendere centrale anche una vita apparentemente marginale, utilizzando con sapienza e gusto la poesia.

E’ evidente che la frustrazione della Dickinson fosse alimentata anche dal fatto che il successo travolgente e clamoroso del suo lavoro sia arrivato molti anni dopo la sua morte, lasciandole in vita solo l’amarezza e l’ossessione dell’incomprensione.

Nonostante il suo nome sia annoverato tra i maggiori registi inglesi, sin dal suo esordio con Voci lontane… sempre presenti del 1988, il successo è sempre rimasto irraggiungibile anche per Davies. La sua voce e il suo sguardo sono sempre rimasti nell’ombra. Anche questo pregevole A Quiet Passion, presentato al Festival di Berlino nel 2016, ha dovuto attendere oltre due anni per arrivare nelle sale.

In quella straordinaria metamorfosi finale che dai volti delle due attrici giunge sino a quello reale della Dickinson, c’è forse il senso di questa lotta impari tra arte e vita, tra realtà e rappresentazione, tra desideri, aspirazioni e sconfitte.

Da non perdere.

 

 

 

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