The Strangers: Prey at Night

The Strangers: Prey at Night **

Sono passati dieci anni dal primo The Strangers, l’horror claustrofobico, firmato da Bryan Bertino che chiudeva due fidanzati in piena crisi sentimentali nella casa di campagna dei genitori di lui, assediata nella notte da tre sconosciuti mascherati, che in un gioco sadico e perverso, finivano per costringerli prima ad uccidere e poi a subire una tortura lenta e sanguinaria, fino ad un alba che non poteva certo avere i colori della liberazione.

Bertino non inventava nulla di nuovo: usava il topos classico del ‘cabin in the woods‘, ma lo destrutturava sino ad una scarna essenzialità, ibridandolo, almeno all’inizio, con un kammerspiel bergmaniano. Alle ‘scene da un matrimonio’ che non si sarebbe mai celebrato, seguivano così una teoria di urla, spaventi, armi bianche, sangue e terrore nel buio.

I tre killers sadici vestivano tre maschere dozzinali, di quelle che si possono comprare in qualsiasi store d’america: il sacco di juta, la pin up e la bambola con gli occhi grandi. L’intuizione di Bertino era quella di non farceli mai vedere in faccia, nè spiegarcene mai i motivi e i moventi. L’orrore era quindi una maschera indecifrabile, con cui leggere davvero la realtà apparentemente idilliaca della provincia, covo di violenza e repressione, capaci di esplodere senza un vero motivo, per gioco o per noia.

Dieci anni dopo i tre aguzzini mascherati prendono di mira la famiglia di Kinsey, che sta per trasferirsi in una scuola privata, lontano dai suoi, dopo aver perso troppe occasioni all’high school.

I genitori Cindy e Mike e il fratello Luke caricano l’auto di famiglia e la accompagnano nella sua nuova avventura. Decido di far tappa in un trailer park gestito dagli zii di Cindy. Arrivano in piena notte e trovano solo un messaggio, che gli indica quale casetta prefabbricata occupare. Il parco è desolatamente vuoto. Ma ad attendere la famiglia di Kinsey c’è la solita ragazza bionda che bussa alla porta in piena notte chiedendo di una certa Tamara.

L’orrore è appena cominciato.

Johannes Roberts, onesto regista di horror dozzinali, subentra a Bryan Bertino, che firma la sceneggiatura di questo secondo capitolo assieme a Ben Ketai.

Le atmosfere stranianti e l’isolamento significante del primo episodio qui vengono ribaltate in un film, che paga un debito evidente all’horror anni ’80, per estetica e scelte musicali, che chiariscono subito le intenzioni di Roberts.

L’articolazione familiare di questa seconda notte di terrore cambia le prospettive e mette di fronte i tre assassini mascherati all’assurdità della loro violenza, ma anche alla possibilità di una risposta, colpo su colpo, da parte di Kinsey e dei suoi familiari.

Sono passati dieci anni dal primo capitolo, ma non invano: oggi il tema della vendetta è ancor più centrale e l’idea che il film abbia al suo centro un’eroina forte e determinata, che risponde alla violenza e non si limita a urlare le sua paure, come faceva Liv Tyler, è determinante.

Non solo, ma anche i tre villain sembrano meno efficienti di prima e sembrano sfidare la sorte con un desiderio di morte che lascia annichiliti.

Il solitamente fiacco Roberts riesce almeno a sfruttare il più inedito set del film, ovvero il trailer park notturno e abbandonato, soprattutto quando i personaggi escono dalla casa prefabbricata e usano l’intera area recintata come territorio di caccia. Particolarmente efficace è la scena ambientata in piscina, in cui le luci colorate donano un tocco straniante all’orrore subacqueo.

Sono molti anni ormai che l’horror è diventato, sin dopo l’11 settembre, il genere più capace di raccontare la contemporaneità, le sue paure e i suoi incubi ricorrenti, spesso incomprensibili. Film dell’orrore, quasi sempre a basso budget, si susseguono in vetta al box office con precisione inesorabile e successo costante.

Jason Blum, James Wan e Leigh Whannell, David Robert Mitchell, Robert Eggers, Fede Alvarez, Tomas Alfredson, Neil Marshall, Rob Zombie, Eli Roth, Matt Reeves e Drew Goddard, Trey Edward Shults, Mike Flanagan, Jordan Peele, Jennifer Kent, Karyn Kusama, Scott Derrickson, J.A.Bayona: sono solo alcuni dei nomi che hanno contributo a ridefinirne i confini in questi ultimi 20 anni, rielaborando gli incubi quotidiani della caduta delle due torri, del terrorismo senza volto, interno ed esterno, delle torture di Abu Ghraib, della crisi globale, fino a risalire alle paure più ancestrali, all’uomo nero, agli esorcismi e alle superstizione.

E’ per questo motivo che, anche su Stanze di Cinema, l’horror conquista spazi nuovi, sempre più centrali, anche quando, come in questo caso, il risultato è lontano dall’essere memorabile.

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