Red Sparrow

Red Sparrow *1/2

Il nuovo film di Francis Lawrence (Constantine, Io sono leggenda) – nato a Vienna, cresciuto a Los Angeles e poi affermatosi negli anni ’90 come regista di video musicali e commercials, prima di esordire alla regia cinematografica – segna un nuovo capitolo del suo sodalizio con Jennifer Lawrence, diretta nei tre episodi conclusivi della quadrilogia di Hunger Games.

Liberi dalle maglie strette dei romanzi Suzanne Collins, questa volta i due si sono affidati a Peter Chernin e alla 20th Century Fox, per portare sullo schermo il primo dei romanzi scritti dall’ex agente cia Jason Matthews, Nome in Codice: Diva.

In un mondo in cui la guerra fredda non è mai davvero finita, ma è diventata asimmetrica e ancora più sfuggente, gli agenti segreti si muovo sullo scacchiere europeo con ancora più libertà.

Il film vorrebbe far luce sulle sparrow, agenti russe, addestrate ad essere letali, ma soprattuto seducenti e sessualmente disinibite, piccole Mata Hari pericolosissime e doppiogiochiste.

In scuole rigidissime, in cui ogni pudore e ogni moralità cede il passo alla ragion di stato, Dominika è addestrata a diventare la migliore del suo gruppo.

E’ la nipote di un viscido funzionario del Kremlino e quando la sua carriera di ballerina classica viene spezzata da un brutto infortunio in scena, la sua unica possibilità di sopravvivenza – per sè e per la madre malata – è quella di rivolgersi allo zio Vanya, il quale la coinvolge nell’uccisione di un altro funzionario.

A quel punto, come unica testimone di un’esecuzione brutale, le rimangono solo due scelte: la morte o l’ingresso nella scuola che seleziona e addestra le sparrow.

Qui l’attende un’insegnate che ha gli occhi di ghiaccio di Charlotte Rampling. Ma siamo lontani dalle durezze di Ufficiale Gentiluomo: qui si va avanti a forza di violenze sessuali, altro che #metoo.

Quando l’addestramento è terminato Dominika viene assegnata all’agente americano Nat Nash, per scoprire qual è la talpa che lavora all’interno del Kremlino, passando le informazioni agli americani.

Solo che tra Nash e Dominika la passione scoppia davvero e i due lavorano assieme, per costringere i doppiogiochisti a venire allo scoperto, a tutto vantaggio dei buoni, che naturalmente sono gli americani.

Il film è talmente pedestre e telefonato che non riesce neppure ad essere uno scult, un guilty pleasure, se non per la generosità con cui la giunonica Jennifer Lawrence si mostra nel film.

Joel Edgerton ha come al solito la ricchezza espressiva di un quadro di Fontana, La Rampling gioco alla maestrina segaligna e inflessibile, e persino il solitamente interessante Matthias Schoenaerts è qui confinato nella parte del mellifluo burocrate, come da manuale dell’impero sovietico visto da occidente.

Spazio ancora minore hanno Ciaran Hinds e Jeremy Irons, che pure forse sarebbero i migliori del lotto, ma vengono lasciati quasi sempre sullo sfondo.

Chi si aspetti grandi scene d’azione, lotta corpo a corpo, set elaborati, inseguimenti d’auto e a piedi, pistole che sparano, maschere, scambi di persone e microchip emozionali: ecco, non c’è nulla di tutto questo.

Nel film i personaggi fanno solo tre cose: sesso, muoiono con armi bianche, dopo essere stati torturati, oppure chiacchierano come in una soap sudamericana.

La sceneggiatura del solitamente bravo Justin Haythe (Revolutionary Road, The Lone Ranger, La cura del benessere e il prossimo Bohemian Rhapsody) è priva di qualsiasi motivo di interesse.

I personaggi vivono nel loro clichè senza mai uscirne. Persino il colpo di scena del prefinale è talmente telefonato da non strappare alcun brivido.

Se mettiamo a confronto questo piattissimo Red Sparrow con l’adrenalinico Atomica Bionda, che David Leitch ha tratto da una graphic novel, giusto qualche mese fa e molto simile nelle dinamiche tra i personaggi e per il coté spionististico, il secondo ne esce incredibilmente rafforzato.

Lawrence si conferma regista senza qualità, anonimo esecutore senza idee, semmai regista d’attori, capace di valorizzarne il lato divistico, quasi come fossimo nello studio system di Hollywood di cento anni fa.

Se no fosse per la Lawrence il film si cancellerebbe automaticamente all’apparire dei titoli di coda, dopo 139 inutili minuti, proprio come quei messaggi nei vecchi film di spie.

In ogni caso, da dimenticare.

 

 

 

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