Il giustiziere della notte

Il giustiziere della notte **

Se c’è un film che più di altri ha rappresentato la risposta conservatrice della maggioranza silenziosa al crimine, alla violenza urbana e alla rivoluzione dei valori degli anni ’70, questo è stato senza dubbio Il giustiziere della notte.

Privo di particolari motivi d’interesse dal punto di vista cinematografico, è stato invece l’interprete di una paura diffusa e irrazionale, indirizzata soprattutto verso neri, dropout, drogati, irregolari, sublimata dall’illusione del secondo emendamento della Costituzione americana, che consente a ciascuno di armarsi: l’uomo tranquillo, che vede devastata la sua intimità familiare e decimata la sua famiglia, prende su di sè l’onere della giustizia e si trasforma in angelo vendicatore.

Il film è l’incubo di ogni progressista e di ogni idea di stato di diritto, ma è certamente un plot che il cinema ha sfruttato con tante sfumature nel corso degli ultimi quarant’anni. E che il film che Joe Carnahan e Eli Roth hanno tratto dal romanzo originale di Brian Garfield, aggiorna al dibattito odierno sul gun control, sulle gang di strada, sulla viralità social che subito vampirizza ogni comportamento fuori dall’ordinario, spostando la scena dall’originaria New York a Chicago, la città d’America con il più alto tasso di criminalità.

Qui vive il nuovo Paul Kersey, che non è più un ingegnere, ma un medico chirurgo. Il film si apre con le news di sparatorie, omicidi e rapine che i canali all news e le radio rimandano quotidianamente nel flusso informativo ininterrotto della nostra quotidianità.

Paul ha però una visuale del tutto speciale, visto che sotto ai suoi ferri arrivano spesso vittime e carnefici di questa guerriglia urbana. A casa lo aspettano la moglie Lucy e la figlia Jordan, che sta per trasferirsi a New York per il college. La sera del suo compleanno, poco prima di uscire a cena con loro, viene richiamato in servizio, per coprire un collega malato. In sua assenza, un gruppo di tre ladri entra in casa sua in cerca di soldi facili. La situazione degenera e cominciano a sparare. Lucy muore e Jordan rimane in coma.

Paul è devastato dal dolore. L’unica sua ancora è il fratello Frank, uno spiantato, sempre in difficoltà, ma capace di stargli vicino.

La polizia nel frattempo brancola nel buio. Quando Paul visita il detective Reins nel suo ufficio, si accorge dell’enorme mole di lavoro, che grava sulle sue spalle.

Pian piano, come un virus, inoculato dalla tv, da internet e da un lontano parente, si fa strada in Paul la decisione di armarsi, per cercare di trovare da sè una risposta efficace alla sua depressione.

E così, in barba al giuramento di Ippocrate, Paul, nascosto in una felpa col cappuccio e armato di una Glock, recuperata in sala operatoria da un piccolo criminale latino, comincia a passare le sue notti in mezzo alle strade, prima occupandosi della criminalità comune, poi facendosi protagonista in un’indagine privata, a caccia dei tre sbandati che sono entrati a casa sua, distruggendo la sua vita.

Eli Roth, noto soprattutto per i suoi horror atroci e per aver preso parte come attore a Bastardi senza Gloria, questa volta si allontana un po’ dal suo genere di riferimento, anche se il nuovo film è permeato della stessa violenza e della stessa crudeltà di sempre, mediata da un’ironia sottile, che lo attraversa. Il copione di Joe Carnahan cerca di dare sfumature nuove allo sviluppo manicheo del film degli anni ’70.

Il film è punteggiato da una sorta di coro greco, fatto di radio, tv, social che commenta e mette continuamente in discussione le gesta del ‘cupo mietitore’, come viene subito soprannominato il giustiziere col cappuccio.

E’ evidente che la scelta di un eroe d’azione, senza macchia e senza paura, come Bruce Willis nei panni del protagonista, sbilancia il film verso la legittimazione delle sue gesta, ma il lavoro di Roth, sia pure in un prodotto evidentemente mainstream, è quello di disseminare di dubbi, la conversione del medico in giustiziere.

Lo vediamo recalcitrante all’inizio e poi maldestro, quindi molto fortunato soprattutto nell’assalto al locale dove convergono due dei tre criminali a cui sta dando la caccia.

E’ poi emblematica la scena in cui il fratello Frank, sospettato dalla polizia, scopre nel seminterrato devastato della perfetta casa di Paul, i segni evidenti dello squilibrio mentale, che si è impadronito del protagonista.

E se l’ultimo atto è quello più tradizionale e prevedibile, dove i dubbi e le sfumature lasciano spazio al rumore delle armi, il finale aperto, con il celeberrimo gesto del protagonista che con le dita mima la canna di una pistola, suona più beffardo e incerto, rispetto all’originale.

Non poteva uscire in un momento peggiore questo nuovo Il giustiziere della notte, proprio nei giorni in cui l’ennesima strage scolastica pone con sempre maggior forza negli Stati Uniti – ma in fondo anche nel nostro bel paese dei Traini – il tema del controllo delle armi, della riduzione della loro accessibilità.

Il film sul punto è certamente ambiguo ideologicamente – a dir poco – ma mostra con una chiarezza piuttosto eloquente, come il sistema consenta a qualsiasi persona disturbata o instabile di avere accesso non ad armi da difesa personale, ma a fucili d’assalto e di sterminio di massa.

Il giustiziere della notte non è reticente sulle falle del sistema, anzi il suo protagonista le sfrutta perfettamente, proprio per portare a termine la sua vendetta ed uscirne indenne.

In qualche modo Eli Roth e lo sceneggiatore Joe Carnahan – che avrebbe voluto dirigere il film, ambientandolo nella Los Angeles notturna ed elettrica di Drive e Collateral, ed il cui copione è stato rimaneggiato per adattarlo alla versione odierna – hanno cercato di dare al loro lavoro qualche sfumatura d’ambiguità superiore al rigido manicheismo da vecchio testamento, che permeava il primo film, facendone un manifesto della NRA.

Anche la natura del crimine perpetrato dai rapinatori non ha nessun accento sadico, non ci sono violenze sessuali e la rapina si trasforma in una sparatoria, più per stupidità e sfortuna, che non per desiderio di morte.

Non solo, ma Eli Roth, che certamente non può essere considerato un regista particolarmente raffinato, ha lasciato volutamente fuori campo le violenze dei rapinatori, mostrando invece con un’insistenza piuttosto cruda quelle del protagonista.

Ed è anche l’affabilità sorniona del protagonista Bruce Willis, lontanissimo dalla maschera impassibile di Charles Bronson, a donare al film una nota meno greve, meno cupa.

Il tentativo di aggiornare il romanzo di Brian Garfield tradisce tutti i limiti di un’operazione culturale certamente ambigua e discutibile, ma forse non tutto è da buttare in questo nuovo Giustiziere, fosse solo la riflessione sul crescente bisogno catartico di vigilanti mascherati, che si occupino per noi di amministrare una giustizia, mai così sommaria: il successo senza ombre di un’intera generazione di cine-comics, post 11 settembre, è in fondo la risposta confortante e apparentemente innocua, alla stessa inquietante domanda, che Roth evoca anche qui.

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