Michael Haneke denuncia il clima da caccia alle streghe di #metoo

Come sapete, noi di Stanze di Cinema abbiamo preferito rimanere lontani il più possibile dalle polemiche, dalle prese di posizione, dagli appelli e dalle campagne di #metoo e #timesup, che hanno travolto il mondo del cinema americano.

Nel frattempo il flusso informativo, cominciato il 5 ottobre scorso, con la pubblicazione dell’articolo del New York Times sulle molestie sistematiche e le violenze perpetrate da Harvey Weinstein, non si è mai arrestato un attimo a riflettere, a distinguere, a fare quel lavoro di selezione delle fonti, così indispensabile in quello che una volta si chiamava giornalismo d’inchiesta.

La legittima e sacrosanta denuncia del sessismo, delle minacce, delle molestie e dello stalking sui luoghi di lavoro si è ben presto trasformata in qualcosa di molto diverso.

E dalla serietà documentata dell’inchiesta del NYT si è scesi di troppi gradini verso il vuoto pneumatico delle chiacchiere da tabloid scandalistici, condito dall’odio, dall’isteria e dall’ira moralista, che i social hanno scaraventato addosso all’accusato di turno, creando um clima di terrore e umiliazione.

L’Huffington Post France ha riportato nel weekend un’intervista di Michael Haneke, rilasciata al giornale austriaco Kurier, nella quale il regista ha usato parole molto forti, per descrivere la deriva che sta accompagnando i movimenti: “Of course, any form of rape or sexual coercion must be punished, but I find hysteria and condemnations without trial that we now witness quite disgusting and I don’t want to know how many of these accusations related to incidents 20 or 30 years ago are primarily statements that have little to do with sexual assault.”

Il valore sociale della battaglia si è ormai perduto nel veleno che diffondo continuamente social e media: “Any shitstorm that even comes out on the forums of serious online news outlets after such ‘revelations’ poisons the social climate. And this makes every argument on this very important subject even more difficult. The malignancy that hits you on the internet often stifles you. This new puritanism imbued with a hatred of men, which comes in the wake of the #Metoo movement, concerns me. As an artist, we are beginning to face the fear of this crusade against all forms of eroticism.”

Haneke ha affermato che gli effetti di questo neopuritanesimo sono devastanti, proprio in campo artistico. Ecco l’impero dei sensi di Nagisa Oshima, uno dei film più profondi e complessi sulla sessualità, in questo clima non sarebbe mai stato girato o accettato: “because the funding institutions would not allow this, anticipating obedience to this terror. Suspected actors are cut out of movies and TV series in order not to lose (audiences). Where are we living? In the new Middle Ages?”.

Il regista austriaco ne ha anche per i media: “Thoughtless rage destroyed lives even with a lack of evidence to back up the accusations. Media murdered lives and careers in the process.”

Ancor più esplicitamente Haneke ha affermato: “the witch hunt should be left in the Middle Ages”.

Nel frattempo dagli Stati Uniti, arriva la notizia del suicidio di Jill Messick, una produttrice che aveva lavorato alla Miramax negli anni ’90 e che Rose McGowan aveva tirato in ballo nelle sue denunce contro Harvey Weinstein.

Nonostante le accuse completamente ridicole della McGowan nei suoi confronti e l’utilizzo strumentale di alcune sue comunicazioni da parte di Weinstein, il suo nome era finito lo stesso in pasto ai media, dopo una vita passata dietro le quinte. La depressione di cui soffriva e questa incomprensibile ondata di fango l’hanno spinta, secondo le dichiarazioni rilasciate dai familiari, a togliersi la vita.

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