Devilman Crybaby, il demone dal cuore umano

Vi dice niente il nome di Gō Nagai? Per i cultori dei manga, Gō Nagai è un dio. Non siete appassionati del genere? Se la vostra età rientra tra i 30 e i 50 anni e siete (preferibilmente, ma non è detto) di sesso maschile, è molto probabile che i lavori di questo fumettista, nato nel 1945 a Wajima, vi siano entrati comunque nella testa e abbiano plasmato il vostro immaginario. Qualche titolo? Mazinga Z, Ufo Robot Goldrake, Jeeg robot d’acciaio. Tutti figli di Gō Nagai, come Devilman, manga disegnato tra il 1972 e il 1973, e ora tradotto in un original net anime da Netflix, con la regia di Masaaki Yuasa.

Gō Nagai è uomo di vastissima cultura. Come rivelato dall’autore in un’intervista concessa al Sole 24 Ore una decina di anni fa, Devilman nacque sulle ceneri di Mao Dante, una storia horror ispirata alla Commedia dantesca: Ero ragazzo quando i miei fratelli portarono a casa un’edizione della Divina Commedia illustrata da Gustave Doré. Desiderai immediatamente poter disegnare come faceva lui”. E sul personaggio preferito, non ci sono dubbi: “Sicuramente Lucifero. Una creatura immensa, bloccata tra i ghiacci al centro della terra”. Questo per dire, alla faccia di sovranisti e nazionalisti di varia risma e colore, quanto un prodotto apparentemente ‘nipponico d.o.c.’ sia in realtà il frutto di assimilazioni inaspettate e di suggestioni culturali lontane dal luogo di provenienza. L’identità è sempre un concetto sfuggente, un processo magmatico mai concluso.

Devilman Crybaby, andato in onda a inizio gennaio 2018, si compone di dieci episodi di 25 minuti ciascuno. Gli appassionati lo attendevano con ansia e preoccupazione. Il quesito era: riuscirà la piattaforma per eccellenza delle serie tv a rispettare lo spirito del manga, evitando semplificazioni e banalizzazioni? Prevarrà il desiderio di compiacere il grande pubblico o verrà preservata la carica eversiva dell’originale? Perché Gō Nagai non è solo colui che inventò i mecha, ovvero i giganteschi eroici robot, ma è ricordato anche come il pioniere che introdusse scene erotiche nei fumetti giapponesi destinati a giovani lettori. Nel 1968, agli albori della carriera, il futuro maestro diede alle stampe La scuola senza pudore, “una satira sulla sessualità repressa degli studenti di un liceo misto che fu serializzata sulla rivista maschile per ragazzi Weekly Shōnen Jump” (fonte: catalogo della mostra Mangasia – Wonderlands of Asian Comics, a cura di Paul Gravett). Nonostante la solida tradizione risalente agli shunga, le stampe del periodo Edo, caratterizzate appunto da soggetti erotici e allineate, come impronta estetica, al conosciuto stile ukiyo-e, i manga sono tuttora soggetti in Giappone all’articolo 175 del Codice Penale, che proibisce l’oscenità. Ebbene, a distanza di cinquant’anni dalla contestazione che pure infuriò nel Paese del Sol Levante, si può dire che il Devilman targato Netflix conserva il suo quid di provocazione, pur collocando le vicende narrate nello spazio sociale della modernità liquida. Un’attualizzazione che, nel complesso, non stona.

[ATTENZIONE SPOILER]

La trama: Akira Fudō è un timido studente liceale, facilmente impressionabile, tanto impacciato con le donne quanto poco adatto all’attività sportiva. Quando era ancora bambino, i genitori andarono via di casa, per seguire una misteriosa professione che li avrebbe portati ai quattro angoli del mondo, con la promessa di rivedersi una volta cresciuto: “verrai a cercarci, ti aspetteremo”. Akira, da allora, è affidato alla famiglia Makimura, la cui figlia, Miki, è una bellissima atleta, molto popolare nel locale liceo e ambita dai ragazzi più grandi. Akira ne è segretamente innamorato. Un giorno, mentre i due passeggiano insieme, sono raggiunti su un ponte da un gruppo di bulli. Prima che scoppi la rissa, Ryo Asuka, un amico d’infanzia di Akira, interviene e salva il ragazzo. “Tutti i deboli muoiono”, diceva un giovanissimo Ryo, in piedi sotto la pioggia con un coltellino in mano, rivolto all’amico intento a proteggere un gattino morente accucciato in una scatola di cartone. È uno dei tanti flashback di cui è intessuto Devilman Crybaby. Ryo è un personaggio torbido e affascinante, sempre vestito di bianco, e dagli interessi bizzarri. Negli anni, è diventato un affermato conduttore di talk show. Tempo prima, in Amazzonia, mentre aiutava un professore di etnologia nel tradurre le lingue dei popoli tribali, ha fatto una scoperta sconvolgente: i demoni non sono né invenzioni né mere costruzioni culturali, bensì presenze reali, abitatori primordiali della terra, pronti a reimpossessarsi del pianeta. Il corpo umano è il veicolo fisico di questa imminente invasione: il professore, la prima vittima, esplode letteralmente sotto i suoi occhi, divorato dal demone occupante. Ryo dimostra di avere confidenza con le creature infernali, tanto da invitarne una, Amon, a prendere possesso del suo amico Akira…

Chi è quindi Devilman? Presto detto: è Amon nel corpo di Akira, un ibrido, un demonio con il cuore umano. Caratteristica dei demoni, “creature pure”, è infatti la mancanza di empatia, perché “non riescono a prendersi cura degli altri”, dice Ryo, ma così non è per Devilman, che prova sofferenza di fronte alle ingiustizie perpetrate dagli uomini verso altri uomini. Il sospetto, a invasione iniziata, striscia come un serpente nella testa di chiunque: chi ho di fronte? È una persona o è un soggetto mutante? Certo, Akira acquista doti sovraumane, all’improvviso corre a velocità supersonica sulla pista di atletica, ha muscoli incredibili e diventa una star presso le studentesse, però anche la sua sensibilità è esacerbata e si raffinano le sue facoltà emotive, rendendolo un essere potente e vulnerabile allo stesso tempo. Akira riesce a tenere a bada il mostro che ha dentro di sé, a farlo uscire solo per difendere le giuste cause. Intanto, però, l’avanzata dell’esercito del male sembra inarrestabile. Ecco la parabola morale che sostiene l’intera architettura narrativa di Devilman Crybaby: la crudeltà umana, una volta scatenata, non si distingue più da quella dei demoni. Il male, oltretutto, viene rappresentato nella sua natura polimorfa. Si nasconde nelle abitudini individuali e nelle adunate collettive, nelle relazioni personali e nei rapporti tra le nazioni.

Masaaki Yuasa ha adeguato il manga ai tempi che viviamo. I ragazzi usano compulsivamente gli smartphone e sono conquistati dai social, si sballano in discoteche, dove girano impunemente pasticche, e devono schivare il pericolo delle baby-gang violente. È importante soffermare l’attenzione su due aspetti: le droghe e la musica. I demoni fanno il proprio esordio durante un techno-sabba, una specie di rave party in cui si consumano eccessi di ogni tipo. Qui, compiono la prima strage, e sempre qui Amon entra nel corpo di Akira. Devilman Crybaby non è supportato da una colonna sonora significativa; in compenso, sono i gruppuscoli giovanili infarciti di sottocultura hip-hop a svolgere, con le loro rime, una funzione simile a quella del coro nella tragedia greca.

In Devilman Crybaby il sesso occupa un posto centrale: distorto, pornograficamente esibito, gonfiato fino al parossismo splatter. Le lacerazioni, gli squartamenti dei corpi operati dalle forze demoniache sono elementi caricaturali e simbolici, da porre sullo stesso piano degli accoppiamenti, vissuti nella meccanica accezione di mera cattura della preda (sia dagli uomini che dalle donne). Il messaggio di Gō Nagai, in linea con i dettami ideologici della liberazione sessuale, è portato nell’anime di Yuasa a conseguenze estreme, leggibili in una cornice dialettica, che tiene dentro di sé alcuni aspetti della società nipponica e, più in generale, capitalistico-occidentale. La volontà di affermare valori contro la società, o a prescindere da essa, ha partorito una scala etica nichilistica ed edonistica. “Chiunque sia insoddisfatto della società può trasformarsi in un demone”, dice Ryo. L’umanità, strangolata da una mano invisibile e ferina, ha ceduto agli incanti di una inevitabile palingenesi postumana.

L’agonismo è la metafora di tendenze in atto. Nei posseduti si instaura uno spirito luciferino, la fregola dell’invidia, l’istinto di schiacciare l’altro per prenderne il posto. Miko, una ragazza della squadra di atletica, vorrebbe essere chiamata Miki, ma, purtroppo per lei, esiste solo UNA Miki (Makimura) osannata dal pubblico, perché la migliore, la più veloce, la più bella. Sotto il gioco nominalistico si cela la libidine per il primato. Koda, il “superliceale”, tiene nascosto il proprio ospite segreto, un altro Devilman (ne esistono molti), che gli consente di primeggiare sempre, finché Akira lo convince a seguirlo, per estendere la rete di protezione contro l’esercito del male.

L’anime, dal montaggio serrato e sincopato, non si avvale di un tratto grafico particolarmente ricco, anzi, sembra che il regista abbia disegnato personaggi in ‘bassa fedeltà’ e dalle linee essenziali, forse per rispettare la maestria di chi lo aveva preceduto nella realizzazione delle tavole quarantacinque anni prima. Vi sono comunque scene di grande impatto, visivamente lisergiche ed allucinatorie, e momenti di poesia pittorica, come nella meravigliosa sequenza dell’hangar, quando Akira è richiamato dai genitori morti e questi si palesano nel buio, maschere vuote accarezzate da un oceano di oscurità, o nella ripresa, dalla sfumatura satirica, del rito rivoluzionario del conficcamento delle teste mozzate sulle picche. Soprattutto, è opportuno sottolineare un magnifico rush finale in pieno stile gore, dove apocalisse, epifania e catarsi convergono verso una potentissima immagine evocativa, termine e riflesso di antiche pietà.

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