Tutti i soldi del mondo

Tutti i soldi del mondo *1/2

L’ultimo film del bulimico Ridley Scott sarà ricordato probabilmente per una sola cosa: in Tutti i soldi del mondo il protagonista, John Getty, è vissuto davvero due volte.

Una prima, interpretato con trucco pesantissimo da Kevin Spacey. Poi, dopo lo scandalo sui comportamenti inappropriati dell’attore fuori e dentro al set, è risorto con il volto luciferino dell’ottantasettenne Christopher Plummer.

I produttori si erano subito accorti che l’unico elemento veramente interessante del film era l’interpretazione del vecchio magnate del petrolio ed infatti il primo trailer era tutto pensato per valorizzare l’interpretazione asciutta di Spacey.

Quando la furia iconoclasta che ha travolto giustamente Harvey Weistein si è spostata su altri, arrivando sino agli approcci omosessuali di Spacey nei lontani anni ’80 e poi sul set di House of Cards, la Sony e Ridley Scott non ci hanno pensato un minuto, decidendo di eliminare il ‘cattivo’ dal loro film, rigirando in un tour de force di nove giorni tutte le 22 scene con Christopher Plummer, trasportato in fretta e furia a Roma e in Inghilterra per le riprese aggiuntive, che hanno fatto lievitare il budget del film da 40 a 50 milioni di dollari.

La hybris di Ridley Scott, deciso ad eradicare i ‘comportamenti sessualmente inappropriati‘ dal mondo, o quantomeno dal suo set, con la stessa protervia che lo accomuna, curiosamente, proprio al suo protagonista John Getty, si è tuttavia scontrata con il disinteresse sostanziale del pubblico americano che ha snobbato completamente il film, durante le feste natalizie, dimostrando di avere forse più chiara la distinzione tra talento e virtù pubbliche e vizi privati.

E dimostrando altresì che quando i produttori avevano insistito con il regista, perchè scegliesse un attore di grande richiamo per quel ruolo, non avevano semplicemente esercitato un capriccioso potere di veto, ma avevano compreso i limiti della storia ed i suoi punti di forza, anche dal punto di vista commerciale.

Può sembrare curioso parlare di Tutti i soldi del mondo, da questa prospettiva, ma, in realtà, è l’unica interessante, perchè il film è, per il resto, assai modesto. E l’unico elemento d’eccezione risiede davvero nella sua genesi travagliata e nel fallimento del suo moralismo d’accatto, che ne ha segnato irrimediabilmente l’arrivo in sala.

Il film racconta il rapimento a Roma, nel luglio 1973, di John Paul Getty III, il sedicenne nipote del magnate del petrolio, l’uomo più ricco del mondo.

L’ha preso la ‘ndrangheta che vuole 17 milioni di dollari di riscatto. La madre, Gail, che si era appena separata da Paul Getty, è l’unica che sembra interessata a riaverlo indietro.

Il nonno non intende cedere al ricatto dei rapitori e affida le trattative ad un suo uomo di fiducia, l’ex agente CIA, Fletcher Chase.

Il riscatto scende da 17 fino a 3,2 milioni di dollari, mentre un orecchio del giovane rapito viene recapitato ai familiari…

Il copione di David Scarpa, tratto dal romanzo di John Pearson è un pasticcio privo di qualsiasi tensione, che prende quota solo quando entra in scena il vecchio e avido petroliere, che sembra curarsi solo delle sue opere d’arte e assai meno della sua famiglia.

Eppure anche nel suo ritratto senza chiaroscuri, Scott sembra più interessato ad inanellare scene madri, piuttosto che a raccontare il potere e le sue derive.  Solo nel finale, l’avidità calcolatrice del capostipite lascia spazio anche ad impensabili lati nascosti.

Il film si prende delle libertà piuttosto ampie, cambiando il luogo del rapimento, edulcorando il finale con una caccia all’uomo da improbabile thriller, anticipando di quasi tre anni la morte di John Paul Getty e perdendo alcuni degli sviluppi più interessanti del sequestro.

Come molti degli ultimi film di Ridley Scott, anche Tutti i soldi del mondo sembra più eseguito che pensato: le straordinarie abilità narrative del regista inglese però non bastano a dare senso e spessore ad un’opera, che viaggia costantemente in superficie, che si accontenta di accennare discorsi e riflessioni e che non si fa mancare la solita visione stereotipata di Roma e del meridione italiano, in cui gli ostaggi fuggono mentre i banditi cantano e ballano e le Brigate Rosse tengono uno stendardo con il loro nome appeso in bella vista nel loro covo.

Non mancano ovviamente momenti cinematograficamente memorabili, come i mille quotidiani recapitati alla villa del vecchio Getty, spazzati dal vento proprio sulla faccia del magnate o la parabola delle banconote che passano di mano in mano per essere scrupolosamente contate, unico elemento tangibile di una ricchezza più evocata che davvero mostrata, assieme alle adorate opere d’arte.

Quanto alla scelta di un francese raffinato, come Roman Duris, costretto a smorfie continue, per interpretare uno dei sequestratori calabresi, è meglio sorvolare. Tutto si tiene, solo grazie ad un doppiaggio che appiattisce qualsiasi sfumatura linguistica e unifica tutto in un italiano implausibile, che stona fin dalla primissima scena.

Il film gioca con gli stereotipi, contrapponendo il ricchissimo paperone malvagio alla madre povera e determinata, mettendo tra di loro il freddo negoziatore, che finisce per parteggiare per i ‘buoni’. Tutto scontato e già visto mille volte.

E allora mai titolo fu più emblematico e metaforico di questo, per raccontarne tutta l’inutilità di questo film.

Lasciate perdere.

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