Lady Bird. Recensione in anteprima!

Lady Bird ***

L’esordio dietro alla macchina da presa di Greta Gerwig, musa del miglior cinema di Noah Baumbach (Greenberg, Frances Ha, Mistress America) è il ritratto dolceamaro, con forti venature autobiografiche, di un’adolescente di Sacramento, Christine “Lady Bird” McPherson, alle prese con la fine dell’high school e la scelta del college, lontano dall’odiata California.

Greta Gerwig, così come la sua Lady Bird, terminata la cattolica e femminile St. Francis High School, decise di trasferirsi a New York, al Barnard College. Ancora studentessa si esibì al Varsity Show della Columbia University con Kate McKinonn e poi partecipò ai primi film dei fratelli Duplass e dei registi di quella corrente del cinema americano indipendente, chiamata mumblecore, caratterizzata da un naturalismo rohmeriano, budget ridottissimi, attenzione ai dialoghi e alla vita sentimentale di ventenni e trentenni.

Il suo Lady Bird, pur essendo un racconto di formazione piuttosto emblematico, respira l’originalità autobiografica della sua protagonista ed un contesto geografico e culturale certamente inedito.

Il film è ambientato nel 2002, Christine è una studentessa di una scuola cattolica femminile che sogna di abbandonare presto la California triste e provinciale di Sacramento, per studiare nella East Coast: è un sogno romantico il suo, che si scontra con il pragmatismo della sua famiglia. Il padre, programmatore sempre sull’orlo della depressione, appena licenziato, la madre infermiera, affezionatissima alla figlia, incapace di pensarla troppo lontana da casa, il fratello laureato a Berkeley, ma costretto a lavorare alla cassa di un supermercato.

Christine, che si fa chiamare da tutti Lady Bird, non brilla per rendimento scolastico, non sembra avere grandi doti neppure nella classe di teatro, ma ha una determinazione assoluta, che non si ferma davanti a nulla e la spinge a scontrarsi persino con i suoi genitori, a mentire alla sua migliore amica, a frequentare bassisti dal ciuffo sbarazzino, che si riveleranno assai meno affascinanti di quanto sperato.

La Gerwig accompagna la sua protagonista attraverso l’ultimo anno scolastico, mostrandoci le sue velleità e i suoi sogni, le sue delusioni e infedeltà. Come molti adolescenti, Christine non ha ancora compreso sino in fondo i suoi desideri.

Chi è davvero Lady Bird? La costruzione della sua identità non può che procedere per opposizioni e affinità. Lo slancio romantico e artistico la spinge a sognare una East Coast idealizzata, che non esiste davvero se non nella sua testa e nell’immagine che cinema, musica e letteratura ci rimandano costantemente. Gli scontri con la madre, in un rapporto di simbiosi e complicità, segnano la sua rottura con il mondo di Sacramento, con la sua rigida educazione cattolica, con una famiglia di possibilità modeste, ma di affetti e valori molto più grandi.

Ma se i temi del film sono giustamente ambiziosi e sofisticati, la messa in scena si affida invece solo al ritratto minimo della protagonista, alle sue angosce quotidiane, ai suoi dubbi esistenziali.

Lady Bird è un racconto malinconico, crepuscolare, che si segue con partecipazione assoluta, punteggiato dalla musica di Alanis Morrisette, Ani di Franco, Dave Matthews Band.

Ma la Gerwig non ha molte idee di messa in scena, se non quelle rubate a Baumbach, all’amato (e ora ripudiato) Woody Allen e ai registi indie della sua generazione, di cui è stata a lungo una musa.

Saoirse Ronan è una Christine confusa e determinata, con i suoi capelli rossi e il passo veloce, pronta a tutto pur trovare se stessa.

Laurie Metcalf interpreta la madre, in uno dei ruoli più belli e commoventi di questa stagione. Il padre è invece il commediografo Tracy Letts, con tutta la sua dolente affettuosità.

La fotografia di Sam Levy asseconda le scelte naturalistiche della Gerwig, che ha voluto ridurre al minimo il trucco dei suoi attori, per mostrare le imperfezioni del loro volto adolescenziale, anche sullo schermo.

Come accade di rado anche nel cinema indie americano, Lady Bird almeno non cerca ruffianerie con il suo pubblico e non si accontenta di utilizzare formule abusate e volti già visti in mille altre produzioni off-Hollywood.

L’originalità e la sincerità degli intenti, questa volta, riescono a mascherare tutti i limiti del racconto ed a trasformare un piccolo memoir personale, intimo, in un film molto più grande, capace di ricordarci gli anni dolci e tempestosi della nostra adolescenza, quando ogni scelta sembrava decisiva e ogni parola una dichiarazione d’intenti.

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