Alias Grace: l’enigma della verità e della menzogna

Cominciamo dalla fine. Simon Jordan, medico psichiatra, è steso su una poltrona, inebetito. Dopo aver combattuto nelle file degli unionisti durante l’American Civil War è tornato a casa completamente sconvolto. Il medico di famiglia dice alla compassionevole madre che non c’è più niente da fare. Rimarrà per sempre così, isolato dal resto del mondo. Curioso destino per un uomo che si era dato l’obiettivo di penetrare nella mente altrui e di comprenderne le deviazioni. Grace Marks, la sua paziente più famosa, gli è però sfuggita. Nessuna diagnosi ne ha sancito la sanità o la follia mentale. Gli indizi non sono diventati prove. Un fallimento, o forse l’amara constatazione, che la verità a volte è un terreno troppo scivoloso perfino per uno scienziato.

Alias Grace, ovvero L’altra Grace, basata sull’omonimo romanzo di Margaret Atwood, è una serie diretta da Mary Harron, già regista di American Psycho (2000) e The Moth Diaries (2001), coprodotta da Netflix e dal canale televisivo canadese CBC. La sceneggiatura porta la firma di Sarah Polley, già autrice di un documentario apprezzato dalla critica, Stories We Tell (2012) e comparsa da adolescente in un paio di film di Atom Egoyan. Alias Grace ha un ottimo cast: al centro delle sei puntate, ovviamente, sta Grace, assassina condannata a vita per un duplice efferato omicidio, interpretata da una magnetica Sarah Gadon, giovane musa di David Cronenberg (A dangerous method, Cosmopolis, Maps to the stars). Si segnala anche la presenza, non casuale, considerata la sua predilezione per le aberrazioni mentali, del grande cineasta canadese in un ruolo secondario. Lo sfortunato psichiatra Simon Jordan ha le fattezze di Edward Holcroft, già visto al cinema nei due Kingsman e qui perfetto indagatore della coscienza di Grace, ammaliato dalla sua personalità, e infine soccombente. Anna Paquin, una delle più giovani attrici a vincere l’Oscar (miglior attrice non protagonista in Lezioni di Piano di Jane Campion), incarna la figura della governante Nancy Montgomery, vittima della violenza insieme al suo datore di lavoro, e amante, Thomas Kinnear (Paul Gross, attore di lunga militanza teatrale).

Penso a tutto ciò che è stato scritto su di me. Che sono un demonio disumano. Che sono la vittima innocente di un farabutto e ho agito contro la mia volontà e dietro minaccia di morte. Che ero troppo ignorante per capire cosa stavo facendo e che impiccarmi sarebbe un crimine giudiziario. Che sono vestita bene e con decoro perché ho derubato una donna morta. Che ho un brutto carattere e un temperamento litigioso. Che sembro una persona al di sopra della mia modesta posizione sociale. Che sono una brava ragazza, di indole docile e con una buona reputazione. Che sono astuta e scaltra. Che sono un po’ ottusa e poco meno che idiota. E mi domando: come posso essere tante cose diverse tutte insieme?” Grace sfida lo spettatore fin da queste primissime battute. Le pronuncia mentalmente, guardando davanti a sé, leggermente di sbieco rispetto all’obiettivo della macchina da presa, come davanti ad uno specchio. Subito dopo, scopriamo la sua residenza attuale: il penitenziario di Kingston, vicino Toronto. Qui, serve il Direttore e la sua famiglia come domestica, nonostante tutti sappiano chi sia lei. Ma lo sanno davvero? In definitiva, qualcuno può saperlo? La mimica corporea e facciale di Grace/Gadon, strepitosamente espressiva, gioca sulle corde dell’ambiguità non meno dei suoi fini dialoghi con il dottor Jordan, e sarà così fino all’ultimo secondo della serie.

Canada, metà Ottocento. Il fatto di sangue, realmente avvenuto nel 1843, riguarda l’assassinio di Thomas Kinnear, ricco possidente terriero, e della sua governante/amante Nancy Montgomery. Tutte le testimonianze convergono nell’addossare la colpa su una coppia di dipendenti della fattoria. Grace Marks, allora sedicenne, immigrata con la sua famiglia dall’Irlanda negli anni della carestia, e James McDermott, giovane stalliere dal passato turbolento. Pochi anni prima il Canada era stato attraversato da una ventata di ribellioni (1837-1838), di ispirazione repubblicana, contro il potere coloniale britannico e motivate dal desiderio di riforme politiche e sociali. McDermott, interpretato dal bravo Kerr Logan, odia gli inglesi, bollati come “predoni, prostitute, usurpatori di terre”, tanto quanto i padroni. Le sue istanze egualitarie, però, non si spingono a considerare la donna un essere umano. Con Grace è maschilista e meschino, e non esita a coinvolgerla nell’efferato duplice delitto. La prima a cadere sotto i colpi è Nancy, strangolata in cantina e poi smembrata. Successivamente anche Kinnear viene ammazzato senza pietà. I due, in fuga, vengono catturati. Il teste principale è Jamie Walsh, ragazzo impiegato nella fattoria e innamorato non corrisposto di Grace. McDermott viene giudicato colpevole e impiccato. Stessa sentenza per la sua presunta complice, poi commutata in carcere a vita (ma una grazia inaspettata la farà uscire di galera).

Il cuore del racconto, la sua polpa più succulenta, è sicuramente il confronto tra lo psichiatra e l’involontaria paziente. Un Comitato ingaggia il dottor Jordan, per tentare di arrivare il più vicino possibile alla verità dei fatti. Grace si è sempre dichiarata innocente. In particolare, sostiene con determinazione di essere incapace di ricordare come si siano svolte le cose, quella maledetta giornata. In tribunale nessuno ha espresso il minimo dubbio riguardo le sue responsabilità nel delitto. Eppure, la mancanza di una smoking gun schiacciante suscita perplessità nei notabili locali. La buona società dell’epoca è affascinata dall’esoterismo nelle sue varie forme: mesmerismo, spiritismo, e, nondimeno, da questa misteriosa scienza rampante, la psichiatria, che ha la presunzione di voler scandagliare l’animo umano. Le sedute si risolvono in un vero duello rusticano. Grace dimostra di possedere un’intelligenza acuta e spesso non è chiaro chi indaghi con miglior profitto nella mente dell’altro. Simon Jordan, per mantenersi ad un livello deontologico accettabile, deve resistere a molte tipologie di seduzione, compresa l’attrazione fisica.

Vi è un momento in cui il dottor Jordan rivela i confini della sua disciplina, quando dice a Grace che non gli interessa se sia colpevole o innocente. Per quello, ci sono i giudici. Per lui conta capire in che misura le parole di lei siano aderenti al vissuto. Sta mentendo oppure no? Soffre di amnesia o finge soltanto? È un caso clinico o solo una ragazza scaltra? Il romanzo di Margaret Atwood ha uno sviluppo intrigante, perché solleva questioni filosofiche, eterne, con profonde implicazioni nella logica del diritto. Chi stabilisce cosa sia la verità? Una convergenza di testimonianze rende vero un fatto? E se fossero loro, i testimoni, a mentire? La sentenza di un magistrato è l’ultima parola della comunità in merito a un crimine o un semplice tassello in un discorso più complesso? Che ruolo ha la scienza nella verifica delle circostanze emerse in un processo? Quanto è importante valutare alcune caratteristiche individuali di un imputato, come istruzione, rango sociale, appartenenza etnica e religiosa, ai fini di un giudizio? “La colpevolezza non giunge da ciò che hai fatto, ma da ciò che ti è stato fatto”, afferma Grace, con lungimiranza.

Grace Marks è un’immigrata irlandese costretta a lavorare come domestica, e come tutti i nuovi arrivati avverte su di sé la malignità di sguardi altezzosi e razzisti. L’ambulante Jeremiah, sorta di coscienza critica del proletariato, è eloquente: “i poveri sono poveri in qualsiasi luogo”. Ma è la religione, mista a credulità e superstizione, il rumore di fondo di tutta la serie. Quando qualcuno muore, è buona usanza aprire la finestra per consentire al defunto di imboccare la sua strada verso l’aldilà. “Perché punire una donna e premiarne un’altra, se hanno peccato entrambe?”, si domanda Grace, riflettendo sul destino di Nancy Montgomery messo a confronto con quello di Mary Whitney, l’amica e collega messa incinta dal figlio della sua vecchia padrona e poi morta di parto. Il binomio colpa/peccato è più forte della lotta di classe nel determinare il peso delle responsabilità. Per non parlare dei dubbi che qualcuno avanza sui metodi del dottor Jordan: “c’è spazio per l’anima nelle sue teorie?” L’odio di Grace verso Nancy è imputabile alle sue credenze religiose conformiste e al suo conservatorismo mentale. Che una governante si accoppi con il suo padrone per lei è inconcepibile. Ma basta a farne un movente credibile? In un flashback (ricordo vero o indotto?) Grace chiede a James di non uccidere Nancy nel salone per non sporcare i tappeti. Difficile immaginare una servitrice del sistema più affidabile. Tutto ciò aumenta la provvisorietà dei risultati acquisiti nel corso della sbrigativa indagine.

La complessità è attestata anche dai diversi livelli narrativi, che si intrecciano uno con l’altro. Le sedute sono il presente della storia, il suo andamento lineare e problematico; il processo è il passato, la ricostruzione forse veridica, forse no, dei fatti (didascalica, eppure poetica, la sequenza del massacro, con i primi piani delle lumache, metafora della follia, a intervallare le scene cruente); il rapporto epistolare tra i due protagonisti è l’espediente metanarrativo, puntellato dall’immagine ricorrente e simbolica delle mani di Grace impegnate a cucire trapunte, che conduce il racconto al suo termine naturale, ovvero alla scarcerazione della ragazza ed al suo nuovo percorso di vita. Jamie, lo spasimante di un tempo, è diventato un medio possidente e la chiede in moglie. Proprio lui, che l’aveva condannata al carcere! “Non si può cambiare ciò che gli altri dicono di noi”. E forse sta qui il senso del romanzo e, contemporaneamente, della splendida serie. Di volta in volta, Grace ha assunto il ruolo che altri volevano vedere in lei. Per il padre, un’inutile bocca da sfamare, per le guardie manicomiali, un’inetta schiava sessuale, per la società tutta, una volgare assassina, per Jamie, una donna da sposare, un giorno o l’altro. Chi, allora, può dirsi libero, e chi carcerato?

Non è mai l’ultimo che sferra il colpo l’unico responsabile”: la verità, in questa frase di Grace, assume un rilievo ontologico particolarmente tragico. La verità è l’anello finale di una catena composta da falsità concatenate. O, peggio ancora, dalle uniche asserzioni tollerabili in una determinata congiuntura storica. La curiosa ipnosi, praticata da Jeremiah, ha svelato in Grace la compresenza di molteplici identità. Lo stato catatonico in cui piomba il dottor Jordan è perciò l’emblema di un’impossibilità, quella di arrivare a un punto fermo nella definizione della personalità umana. Ha ragione, più di tutti, la povera Mary: “Una bugia innocente è il prezzo da pagare per trovare la pace”.

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