Addio ad Umberto Lenzi, l’ultimo anarchico del cinema italiano

Se n’è andato questa mattina, ad 86 anni, Umberto Lenzi, uno dei grandissimi del nostro cinema di genere, attivo dai primi anni ’60 come regista e sceneggiatore, al servizio di una committenza che lo avrebbe impegnato in tutti i generi e i sotto-generi della grande stagione di Cinecittà, dal western al peplum, dai classici di Salgari, agli eurospy ispirati alle avventure di James Bond, fino ai film di guerra, amatissimi anche da Tarantino.

La svolta arriverà alla fine degli anni ’60 con quelli che sarebbero poi stati identificati come i gialli all’italiana, ricchi di venature erotiche (Orgasmo, Così dolce… così perversa, Spasmo) e soprattutto con i suoi polizieschi, epigoni non tanto della trilogia del milieu di Ferdinando Di Leo, quanto degli americani Il braccio violento della legge e l’Ispettore Callaghan.

Le musiche struggenti di Ennio Morricone, Franco Micalizzi, Carlo Rustichelli, Bruno Canfora resero immortali quegli inseguimenti e quei cameracar, nelle strade e nei centri storici delle nostre città.

Dopo l’esordio fortunato di Milano rovente, il sodalizio che riuscì a creare con Thomas Milian regge alla prova del tempo: Milano odia: la polizia non può sparare, Roma a mano armata, Il giustiziere sfida la città, Il trucido e lo sbirro – dove fa la sua prima comparsa il personaggio di Monnezza – La banda del gobbo, sino all’ultimo definitivo Il cinico, l’infame, il violento sono ancora oggi manifesti lucidissimi dello stile impareggiabile di Lenzi, ipercinetico, brutale, amarissimo, che mitigava perfettamente l’istrionismo assoluto e melodrammatico di Miliam.

Solo che Miliam voleva avere sempre più voce in capitolo sui suoi personaggi e Lenzi si stufò delle sue pretese, virando quindi sull’horror, sia nel filone cannibal che lui stesso aveva inaugurato nel 1972 con Il paese del sesso selvaggio e che riprese poi nei primi anni ’80 con Mangiati vivi e Cannibal Ferox, sia nel filone dei morti viventi, con Incubo nella città contaminata.

Gli ultimi dieci anni di carriera sono quelli dei lavori più discutibili, chiusi con un lungo silenzio a partire dal 1992.

E’ stato soprattutto il lavoro di Nocturno e di Marco Giusti con Stracult, negli ultimi vent’anni, a ridare ad Umberto Lenzi il posto che merita all’interno della lunga storia del cinema italiano.

Il fatto che molti dei suoi film siano stati ri-editati in homevideo, spesso in edizioni straniere, ha consentito ad un’intera generazione di poter rivedere il suo lavoro, con una serenità diversa da quella che nella temperie degli anni ’70 aveva etichettato il suo cinema come fascista o qualunquista.

Fieramente anarchico, con un carattere difficile e poco incline alle riconciliazioni, ammiratore del cinema maschio e cameratesco di Fuller e Walsh, Lenzi avrebbe avuto ancora molto da insegnare ad una nuova generazione di cineasti, se ancora la nostra industria fosse stata capace di raccontare il paese attraverso la lente dei generi.

Tuttavia non è mai troppo tardi, per riscoprirlo.

 

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