Venezia 2017. The Third Murder

The Third Murder **1/2

Il nuovo film di Kore-Eda è una riflessione sulla giustizia, sui suoi fallimenti, sulla provvisorietà delle sue conclusioni.

La verità è un simulacro impossibile da raggiungere. Ma in The Third Murder nessuno sembra raccontare la verità.

Un imprenditore viene barbaramente ucciso e poi bruciato sul greto del fiume che costeggia la sua impresa. Un dipendente appena licenziato si è dichiarato colpevole. Aveva già scontato una condanna a 30 anni di carcere per l’omicidio di due strozzini. Ora rischia la pena di morte.

Il famoso avvocato Shigemori, figlio del giudice che aveva emesso la prima condanna, si incarica della difesa.

Ma man mano che procedono le sue indagini e i suoi colloqui con i familiari della vittima e con l’imputato, le circostanze più chiare si fanno sfuggenti, le motivazioni cambiano e persino la confessione viene ritrattata.

La vittima era un sofisticatore dei suoi prodotti? Violentava la figlia adolescente? È stata la moglie a commissionare il suo omicidio?

I dubbi restano intatti.

Shigemori cerca di trovare la migliore strategia per il suo cliente, assecondandone persino la tardiva ritrattazione. Finirà travolto e confuso, strumento nelle mani di altri, che giocano una partita che non riesce mai a comprendere.

Non resta allora che accettare il fallimento del proprio ruolo e quello di una giustizia che sembra indifferente alla ricostruzione della verità. Il giudice ha fretta, il pubblico ministero e l’assistente di Shigimori, un ex procuratore, sembrano parte di un accordo già scritto. Persino i meccanismi processuali assomigliano ad un rituale incomprensibile.

L’imputato non sembra avere diritti. Tantomeno quello alla vita, in un sistema giuridico, che prevede ancora la pena capitale. Su questo The Third Murder non dice nulla.

Il film di Kore-Eda è un pamphlet che si trascina per oltre due ore, nonostante i temi siano chiarissimi sin da subito. Anche le svolte narrative arrivano piuttosti prevedibili.

Il suo è un cinema che tende all’inerzia, immobile sul piano medio dei personaggi. Un cinema educato, senza sussulti e senza slanci.

Questa volta Kore-Eda almeno mette la sordina alla sua retorica esistenzialista e al suo minimalismo compassionevole.

Giappone / 124’
lingua Giapponese
cast Fukuyama Masaharu, Yakusho Kōji, Hirose Suzu
sceneggiatura Kore-eda Hirokazu
fotografia Takimoto Mikiya
montaggio Kore-eda Hirokazu
scenografia Taneda Yohei
musica Ludovico Einaudi
suono Tomita Kazuhiko

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