Venezia 2017. Woodshock

Woodshock

Fuori concorso

Woodshock ovvero di come la confusa commessa Theresa di trasforma in serial killer.

Oppure: Woodshock ovvero della marijuana e dei riflessi nel vetro.

O magari: Woodshock ovvero di come due che si occupano di moda, dovrebbero continuare a farlo.

Più seriamente questo Woodshock, che racconta di negozio di marijuana legale e della sua addetta, Theresa, che decide di avvelenare l’erba, per alleviare le sofferenze di malati terminali e di semplici consumatori è un disastro totale, un pasticcio di presunzione inarrivabile, un film di sontuoso trash involontario, con una Kristen Dunst incolpevole, alle prese con il vuoto pneumatico di un personaggio inutile.

Le due sorelle, fondatrici del marchio Rodarte, inseriscono un riflesso in ogni inquadratura: specchi, finestre, bicchieri, vetrine… un orgia di simboli, per dirci la personalità doppia e l’animo tormentato della protagonista? Oddio, che novità sconvolgente… si capisce dopo 30 secondi. Gli altri 100 minuti sono del tutto superflui.

Per il resto, non accade davvero nulla, se non grandi rollate, silenzi, dialoghi da nulla e atmosfere che vorrebbero essere oniriche e allucinate e si rivelano solo meritevoli di un lungo beauty sleep durante la proiezione.

Finora é la maglia nera di questa Mostra. Difficile che qualcuno possa far peggio.

Usa / 116’
cast: Kirsten Dunst, Pilou Asbaek, Joe Cole, Stephan Duvall

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