Billy Lynn – Un giorno da eroe

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Dopo il fantastico viaggio di Vita di Pi, che gli ha regalato il terzo Oscar di una carriera strepitosa, Ang Lee ha deciso di potere sul grande schermo il romanzo satirico di Ben Fontain, E’ il tuo giorno, Billy Lynn!

Nel farlo ha deciso di sperimentare il digitale 3D a 4K e 120 fotogrammi al secondo, un formato mai usato prima, cinque volte superiore ai canonici 24 fotogrammi del cinema tradizionale.

Peccato che per proiettare quel formato non ci siano cinema a disposizione e persino la prima al new York Film Festival si sia rivelata un incubo tecnico, che ha costretto la Sony ha attrezzare una sala ad hoc.

Il risultato che vediamo in sala è solo un’ombra di quanto immaginato da Lee: quello che resta è un film spettrale, fatto di soggettive e primi piani frontali, che amplifica il senso di straniamento dei suoi protagonisti, i giovani soldati della compagnia Bravo, rientrati negli Stati Uniti dall’Iraq, dopo che il loro eroismo sul campo è stato amplificato dalle riprese fortunose di un reporter embedded.

La fine del loro tour è prevista il giorno del Thanksgiving, quando parteciperanno all’halftime show della partita dei Dallas Cowboys.

Billy Lynn è uno degli specialist del gruppo: il suo corpo a corpo con un iracheno, nel tentativo di salvare il Sergente Shroom, colpito dalla resistenza di Saddam, lo ha reso un eroe.

Dopo una breve tappa in famiglia, nella quale ha potuto riabbracciare la sorella Kathryn, molto critica sul coinvolgimento americano in medioriente e afflitta dal senso di colpa per aver determinato involontariamente l’arruolamento di Billy, lo specialist e i suoi compagni sono accompagnati allo stadio dagli uomini di Norm Oglesby, il potente produttore cinematografico, proprietario della squadra di football, apparentemente interessato ad acquistare i diritti della loro storia per farne un film.

A rappresentare la compagnia Bravo c’è il manager indaffaratissimo Albert, sempre attaccato al telefono.

Nel pre-partita Billy conosce una delle cheerleader, Faison, forse se ne innamora, ma il tempo scorre veloce, i ritmi della partita e dello show dettano gli spostamenti della squadra, sulle tribune e sul campo, nelle sale stampa e nei ristoranti interni al complesso, sino al confronto con il potente Oglesby, nel suo box presidenziale.

I ricordi di Billy, nel frattempo, ci riportano sul campo di battaglia, nel deserto iracheno.

Billy Lynn è stato un flop colossale al box office americano, con meno di due milioni di dollari incassati dopo la travaglia prima a New York.

Non si fatica a capirne il perchè: non solo quasi tutti film sulla War on Terror sono stati rifiutati dal pubblico americano, ma questa volta la distanza emotiva è proprio una delle chiavi interpretative del film.

E non è solo una questione di tecnica e di formati: il film cerca un equilibrio impossibile tra la tenerezza e il calore del gruppo di commilitoni, del rapporto di Billy con il tenente Shroom, con la sorella e con Faison, una narrazione debole e frammentata e la macchina da spettacolo dello stadio, con i suoi riti vuoti, con la sua superficialità, con i suoi fuochi d’artificio spettrali.

Ang Lee trasforma la satira del romanzo di Fontain in qualcosa di completamente diverso. Nelle intenzioni, Billy Lynn vorrebbe essere un film altmaniano, per come riesce a rivoltare lo spirito americano fin dalle fondamenta, pur mantenendosi fedele ai suoi valori. Ma lo stile non lo aiuta, la lentezza e la ieraticità della macchina da presa sembrano assecondare i limiti del formato, a dispetto delle necessità del racconto. E la crudeltà anticonformista del modello viene sostituita dalla tenerezza post-adolescenziale del protagonista, che contagia tutto il film.

Billy Lynn accentua così la sensazione di voler invitare il suo pubblico ad essere parte di quella stessa grande messa in scena, profondamente, intimamente americana, ma priva di alcun senso, a cui sono costretti gli stessi soldati.

L’halftime show con le sue luci, l’inno, le Destiny’s Child, le uniformi e le divise non è altro che un tour all’inferno per Billy e i suoi compagni, desiderosi solo di tornare nel deserto, in una dimensione individuale e di gruppo diventata completamente familiare.

Come mostra quell’I love you ripetuto da tutti nel finale, la rivolta all’establishment, al sistema, sia esso rappresentato, di volta in volta, dalla politica, dallo showbiz o dallo sport professionistico, non può essere altro che la riaffermazione di un’appartenenza reale, di un sentimento condiviso, di gruppo, che travalica persino la fedeltà ai propri affetti ed alla propria famiglia.

Nel flusso di coscienza di Billy Lynn si fa largo la sincerità e l’ingenuità dello spirito americano, quella combinazione di appartenenza e destino comune, così forte, da spingere ad affrontare l’orrore più grande, a fianco dei propri compagni.

Che sia un taiwanese, immigrato negli Stati Uniti nel 1979, a ricordarcelo, è l’ennesimo sberleffo alla minaccia isolazionista e xenofoba di queste settimane.

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