Cinema con vista: Jason Bourne

Jason Bourne (2016)

Il pugno di Bourne stende lo spettatore più incallito. Gli anni passano, gli attori invecchiano, ma certi personaggi sono duri a morire, anche quando la pensione sarebbe la scelta più indicata. Alla sua quinta avventura, l’ex agente “smemorato” accusa gli acciacchi dell’età e perde il mordente dei primi capitoli. Fisicamente è incontenibile, ma non bastano i muscoli e la rabbia per far funzionare un film. Allora perché sei tornato Jason?

La CIA sa bene che i panni sporchi si lavano in casa e ancora una volta vuole ucciderlo. Bourne era sparito nel nulla. Nessuno aveva più sue notizie, fino a quando una misteriosa ragazza s’infiltra in un ritrovo di hacker a Reykjavik. Penetra nei segreti dell’Agenzia e scarica un misterioso file, per poi sparire. Langley la segue: vuole recuperare il maltolto, ma non ha fatto i conti con un Matt Damon (Bourne) molto arrabbiato.

Paul Greengrass è un regista ad “alta tensione”, autore di successi di critica come Captain Philips – Attacco in mare aperto. Nel 2007 dirige The Bourne Ultimatum – Il ritorno dello sciacallo e poi decide di abbandonare il franchise. Forse capisce che i tempi sono maturi per cambiare soggetto, ma la Universal non è dello stesso parere. Nel 2013 finanzia Tony Gilroy per girare uno spin off con Jeremy Renner, intitolatoThe Bourne Legacy, ma la platea non risponde con entusiasmo. Così la casa di produzione richiama Greengrass, che finalmente accetta.

Questa volta Bourne si prende tutto, anche il titolo, ma si dimentica della sceneggiatura. I muscoli sono ipertrofici, il budget è degno dei migliori kolossal e ci sono 140 veicoli pronti alla distruzione per una sola sequenza. Tutto funziona a meraviglia, tranne il cuore del film. Non c’è nessuna psicologia nel personaggio, è una macchina da guerra monoespressiva, che si agita sullo schermo senza mai parlare. Non dice più di venti battute in 123 minuti e si limita a correre, sparare e picchiare come un dannato. Bourne si perde nel suo passato torbido e il regista si dimentica di fare del buon cinema.

L’impressione è che Greengrass non sappia più cosa raccontare e cerchi di sopperire al vuoto di idee con un carico di azione insensato, talmente esasperato da sembrare ripetitivo. Suo complice è Vincent Cassel, un villain che trascorre il primo tempo immerso nella vasca da bagno e durante il secondo, cammina per intere sequenze prima di sparare a qualcuno. Non sa come muoversi, ma non è colpa sua. Solo Alicia Vikander è cosciente del suo ruolo (responsabile informatico della CIA) e con un po’ di buona volontà, regala qualche sorpresa. Il resto è una caricatura della realtà, con un falso Zuckerberg all’opera e numerosi gadget informatici che complicano il nulla in cui sono inseriti.

Una volta Jason Bourne era il cugino lontano di James Bond, con un passato più articolato e meno fascino. Ora si è trasformato in un Chuck Norris internazionale, imbattibile ma senza spessore. Il mondo dello spionaggio piange Sean Connery e compagni, nella speranza che il sodalizio tra Greengrass e Matt Damon veda giorni migliori.

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