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Star Trek Beyond

Star Trek Beyond poster

Star Trek Beyond **1/2

La USS Enterprise riprende a volare nello spazio profondo, con lo stesso equipaggio di sempre davanti allo macchina da presa, ma cambiando completamente quello in cabina di regia.

J.J.Abrams, che aveva rivitalizzato nel 2009 un franchise, che appariva ormai nostalgicamente relegato alle serie classiche e agli aggiornamenti tardivi degli anni ’90, ha lasciato la plancia di comando, per approdare a quella più prestigiosa di Star Wars.

Dopo di lui hanno abbandonato anche i due sceneggiatori Kurtzman e Orci, oltre a Damon Lindelof, sodale di Abrams dai tempi di Lost.

La scrittura è stata quindi affidata all’infaticabile Simon Pegg, genio comico nella trilogia di Edgar Wright e spalla formidabile già in Mission:Impossible, oltre che nei primi due episodi del nuovo Star Trek, nei panni dell’ingegnere Mongomery Scott.

Assieme a Doug Jung hanno costruito un meccanismo drammatico impeccabile, rispettoso della storia della saga che si appresta a compiere 50 anni, ma capace di adattarsi perfettamente anche alle necessità del nuovo regista, quel Justin Lin, distintosi soprattutto per aver dato una struttura alla serie ipercinetica di Fast & Furious.

Il risultato è un compromesso, capace di attirare in sala non solo in fans storici, ma anche il pubblico desideroso di evasione verso altri mondi stellari e di azione e divertimento, naturalmente associati ai blockbuster estivi.

I trekkers duri e puri forse rimpiangeranno la mancanza di coraggio e innovazione, ma Star Trek Beyond funziona perfettamente per tutti gli altri, rinnovando il paradosso che regge le avventure dell’Enterprise da mezzo secolo: i paladini della Federazione democraticamente orientata alla convivenza pacifica dei pianeti e delle diverse forme di vita, sono alla continua ricerca di nuove forme di vita in un universo potenzialmente infinito, ma devono fare i conti con la solitudine di lunghe missioni quinquennali, immersi nella vastità dello spazio.

La coabitazione forzata finisce quindi per trasformare l’equipaggio in una grande famiglia, nella quale l’amicizia, i rapporti sentimentali, le gelosie e i tradimenti, le delusioni e i successi sono il crogiolo nel quale si forgia lo spirito democratico e kennediano che anima la serie.

L’odissea della Enterprise questa volta costringe il suo equipaggio a dividersi e ricomporsi in coppie, alterando così lo spirito di squadra ed evidenziando le diverse personalità di ciascuno e i conflitti tipici di ogni buddy movie, salvo poi ricomporli nell’assalto finale.

Kirk e Spock, all’insaputa l’uno dell’altro, vorrebbero abbandonare la guida dell’Enterprise, per motivi personali. Quando però la base interplanetaria di Yorktown, una meraviglia architettonica di anelli che si intersecano richiamando i mondi accartocciati di Nolan, è minacciata da Krall – un mostruoso soldato diventato capitano per la Federazione in tempo di pace, disperso e abbandonato in un pianeta lontano – lo spirito d’avventura e il senso del dovere, fanno gioco sui dubbi esistenziali dei due.

L’Enterprise è però distrutta e costretta ad un atterraggio di fortuna, l’equipaggio catturato o disperso. Kirk è con Chekov, Scott incontra l’aliena Jaylah che custodisce l’arma segreta per poter ripartire verso lo spazio, Spock è invece solo con il medico Bones, incapace di sopportare lo spirito logico e anaffettivo del vulcaniano.

Justin Lin trova il suo stile personale per raccontare il mondo di Star Trek e, messi da parte gli eccessi di lens flare di Abrams, si diverte a far volare la macchina da presa, alterando la tradizionale orizzontalità delle riprese e giocando perfettamente con la tridimensionalità dello spazio.

Non rinuncia all’effetto vintage, lasciando spazio ai duelli corpo a corpo e costruendo una delle più belle scene d’azione del film, con il capitano Kirk su una moto d’epoca, che corre a perdifiato sulle rocce di un pianeta lontano come Steve McQueen nella Grande fuga.

Come detto, il meccanismo funziona ancora, rinnovando la speranza e la fiducia in un mondo pacifico e democratico, senza troppo indulgere nel sentimentalismo e Lin è perfettamente a suo agio con la famiglia allargata dell’Enterprise, almeno quanto lo era con quella di Toretto e soci.

E’ cinema medio, senza pretese autoriali e senza ambizioni visionarie, ma capace di intrattenere ed emozionare il suo pubblico: quello che il cinema classico americano continua a fare da quasi un secolo.

 

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