Cannes 2016. Fai bei sogni

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Fai bei sogni **

Quinzaine

Turin, 1969. Nine-year-old Massimo’s idyllic childhood is shattered by the mysterious death of his mother. The young boy refuses to accept this brutal loss, even if the priest says she is now in Heaven. Years later in the 90s, adult Massimo has become an accomplished journalist. After reporting on the war in Sarajevo, he begins to suffer from panic attacks. As he prepares to sell his parents’ apartment, Massimo is forced to relive his traumatic past. Compassionate doctor Elisa could help tormented Massimo open up and confront his childhood wounds…

Tratto dal romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, il film che Bellocchio ha scritto con Valia Santella e Edoardo Albinati torna su molti temi e ossessioni che l’hanno accompagnato nel corso della sua lunga e gloriosa carriera.

Dal ruolo delle madri e la loro assenza improvvisa, all’anaffettivita’ di un’educazione rigorosa, dai collegi cattolici ammantati di ipocrisia, ai rovelli psicanalitici che continuano a pesare come un fardello insopportabile:  Fai bei sogni e’ una sorta di sussidiario della poetica del suo autore cinematografico, a cui non è estranea neppure la morale della rappresentazione e i limiti della messa in scena.

Bellocchio cerca di far sua la storia di Gramellini, distanziandosi dal moralismo del romanzo, con grande dispendio di attori e una produzione come sempre impeccabile, ma nel suo film non c’e’ mai uno scarto, mai una deviazione, mai una folgorazione.

Una volta che la storia del piccolo Massimo diventa quella del giovane cronista, il film si appiattisce su una rappresentazione del passato recente, per lo più stereotipata, da sceneggiato televisivo, nonostante la fotografia gotica di Ciprì, piena di chiaroscuri e la catatonia evidente di Mastandrea, che cerca di smarcarsi dal tentativo di rifare la piacioneria del Gramellini televisivo.

Il racconto procede senza scosse, attraversando piu’ linee temporali, nel ricostruire il rimpianto del protagonista Massimo, per la scomparsa misteriosa della madre, quando aveva appena nove anni.

Il fantasma del genitore lo accompagna per tutta la sua vita, nei suoi rapporti con i compagni di classe, nei suoi rapporti con le donne, nella sua carriera giornalistica. Un segno che continuamente ritorna, fino al giorno in cui, passati i quarant’anni, Massimo si ritrova a vendere la casa di famiglia e ripercorrere attraverso gli oggetti del passato, i ricordi di un’infanzia felice, passata tra la radio, i 33 giri, Canzonissima e gli sceneggiati della RAI di Bernabei.

E’ ancora una suggestione horror, quella del Belfagor televisivo, proprio come nell’ultimo Sangue del mio sangue, a consentire a Massimo una via d’uscita al vuoto dell’abbandono.

Il film gioca con i tempi, alternando le immagini degli anni ’70 a quelle dei primi anni Novanta in cui Massimo passa dalla cronaca delle imprese del Toro, alle cronache di guerra del conflitto nei Balcani, fino alla rubrica in prima pagina, che gli dara’ la fama.

Valerio Mastandrea e’ Massimo adulto, mentre Nicolo’ Cabras lo interpreta da bambino, Berenice Bejo e’ il suo angelo custode in camice bianco, Guido Caprino il rigido padre torinista e Barbara Ronchi la madre. Piccole ma significative parti anche, per Roberto Herlitzka e per Emmanuelle Devos, lampi di luce in un film in cui prevale un’aurea mediocritas, che stride col furore solito delle messe in scena del maestro di Bobbio.

Peccato allora che il film abbia un impianto troppo tradizionale e sia fin troppo esplicito, lineare, un lavoro certamente sentito, ma sin troppo accessibile per Bellocchio, che, come gia’ scritto, non aggiunge nulla a quanto sapevamo del suo cinema e della sua idea del mondo.

Fai bei sogni 4

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