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Points of view: Franny

Franny

Franny

A sessantasei anni di età e quaranta di carriera, Richard Gere non ha bisogno di dimostrare altro. Può permettersi di dedicarsi e di porre il suo talento a servizio di un film indipendente con tutti i rischi che un progetto low budget comporta, soprattutto se costituisce l’opera prima di un regista ancora poco conosciuto.

E così Franny, scritto e diretto dal regista esordiente Andrew Renzi, è il nuovo film che ha come protagonista indiscusso un istrionico Richard Gere, figura centrale intorno alla quale ruota una storia drammatica di perdite, conflitti interiori, rapporti umani, solitudine e amicizia.

Tutti buoni spunti e propositi quelli di Franny che si perdono nella mancata scelta di svilupparne e approfondirne uno per riuscire a trasmettere davvero un’emozione. L’inevitabile conseguenza è che il personaggio di Richard Gere, Franny stesso, risulta essere mille persone e nessuna e che la storia sembra raccontare tutto e niente mantenendo una patina di superficialità, scontatezza e prevedibilità.

Milionario dedito alla beneficenza, Franny è il ritratto dell’uomo ricco e solo che cerca di espiare i suoi sensi di colpa rendendo le persone felici con i suoi soldi e alleviando le proprie sofferenze con l’abuso di medicinali.

Non ha una sua famiglia e non si è mai legato ad una persona se non alla coppia di amici morti in un incidente stradale di cui si sente responsabile. Dalla loro amicizia dipendevano i suoi progetti, il suo successo, la sua felicità.

Passati gli anni, recluso in una stanza d’albergo, completamente isolato dal mondo esterno, la sua vita torna ad avere un senso quando riceve la telefonata di Olivia, la figlia dei suoi amici scomparsi, ormai una donna, neo sposa e quasi mamma, la quale gli annuncia il suo ritorno in città insieme al marito.

Per Franny è l’occasione per riscattarsi, aiutare Olivia con ogni suo mezzo ad avere la vita e il futuro che i genitori della ragazza non hanno potuto avere e ritrovare nella coppia dei due giovani coniugi quei punti di riferimento di cui ha sentito la mancanza per tutta la vita.

Tuttavia le persone non sono le stesse e il passato non si può cambiare. Olivia e il marito non sono come i genitori di Olivia e Franny, più che essere esageratamente gentile con loro, non può costringerli ad avere lo stesso identico rapporto di unione e amicizia che i genitori della ragazza avevano con lui.

Il film inizia con premesse ben chiare tali che lo spettatore non ha e non si aspetta sorprese. La pellicola è, pertanto, un dramma psicologico che ruota intorno alla figura del suo protagonista, i suoi atteggiamenti, i suoi comportamenti, la sua psiche. Gli altri personaggi, la melensa Olivia (Dakota Finning) e il marito belloccio (Theo James), sono di contorno per dare sfogo alle diverse sfaccettature del carattere di Franny che domina la scena.

La performance di Richard Gere è quindi variegata.

Dapprima Franny è un affascinante milionario dai grandi progetti; poi è un trasandato lupo solitario chiuso nel suo dolore; poi è un magnate che vuole fare del bene agli altri a tutti i costi; in seguito assume il ruolo di “zio” troppo invadente che si intromette in ogni decisione grazie al potere dei suoi soldi; poi è un morfinomane in crisi d’astinenza che fa scenate da pazzo; più volte si rende ridicolo quando ubriaco intona una canzone o straparla o ha atteggiamenti grotteschi; ad un tratto sembra redimersi da tutti i suoi comportamenti eccessivi.

Franny racchiude in sè mille aspetti dell’essere umano ma nessuno prevale sugli altri tanto da dare un taglio decisivo e una chiave di lettura ben definita a ciò che il film vuole essere.

Dopo averlo visto in performance uguali e superiori a queste nel corso della sua carriera, Richard Gere non si smentisce in fascino e talento. Il suo merito è quello di dare spessore con la sua semplice presenza a progetti in cui crede nonostante questi non siano il top.

Franny è una pellicola dalle grandi potenzialità ma non le sono stati forniti i  giusti mezzi per decollare.

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