La grande scommessa. Recensione in anteprima!

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La grande scommessa ***

La grande scommessa, in originale The Big Short, è uno di quei film che ci ricordano la bellezza necessaria del cinema americano ed il suo spirito selvaggio e iconoclasta.

Adam McKay, il regista, viene dalla commedia non-sense, in particolare da quelle del sulfureo e sboccato Will Ferrell. Lavorando all’interno delle major non aveva dato molti segni di sè, come regista: nel suo curriculum i due Anchorman, Ricky Bobby, I poliziotti di riserva, ma molti anni al Saturnday Night Live, grande fucina di talenti comici del paese e l’invenzione del sito Funny or Die.

Pressochè sconosciuto al grande pubblico e alla critica, McKay si è tuttavia fatto un nome a Hollywood perchè Brad Pitt e la sua Plan B gli hanno affidato l’adattamento e poi la regia di un film tratto dal libro di Michael Lewis, The Big Short appunto, Il grande scoperto in italiano, che raccontava in modo del tutto originale la crisi del 2007-2008 attraverso il ritratto di coloro che furono in grado di predirla e di scommettere proprio sul default del paese.

Michael Lewis aveva già concesso a Pitt i diritti del suo precedente Moneyball, ma questa volta l’asticella sembrava ancora più alta: pochissimi sono i film che hanno cercato di raccontare la più grande crisi economico-finanziaria del capitalismo moderno e il punto di vista di The Big Short sembrava quello più adatto per farlo.

Il film che McKay ne ha tratto non tradisce le attese e grazie ad una messa in scena matura e consapevole, che alterna perfettamente mockumentary e fiction, immagini che sembrano rubate alla realtà e grande ricostruzione d’ambiente, ci regala uno dei più spaventosi horror degli ultimi anni, che mutua però i suoi ritmi ed i suoi meccanismi dalla commedia pop.

Non è un caso allora se i quattro grandi attori scelti, siano in qualche modo occultati da pesanti parrucche, occhiali, tinte improbabili, occhi di vetro, tic insistiti e se i prodotti finanziari più complessi siano spiegati – rompendo la continuità narrativa e la quarta parete – da Margot Robbie, a mollo in una jacuzzi, dal cuoco Anthony Bourdain nella sua cucina e da Selena Gomez, ai tavoli da gioco di Las Vegas.

Naturalmente non c’è una goccia di sangue nel film: ma l’orrore evocato è sociale e culturale assieme e McKay riesce a farlo emergere dall’universo narrativo che conosce meglio, quello della caricatura grottesca e della satira.

The Big Short è il racconto di come fu costruito il credit default swap: un prodotto finanziario che scommetteva e pagava i suoi investitori, nel caso in cui la enorme bolla immobiliare del mercato americano fosse improvvisamente esplosa.

Michael Burry, un piccolo genio sociopatico con un occhio di vetro, che gestiva il fondo Scion Capital, analizzando il mercato immobiliare e i CDO – collateralized debt obligation, le obbligazioni che incorporavano in sè i mutui subprime che le banche cedevano e confezionavano dopo averli concessi senza alcuna garanzia, si accorse che questi prodotti erano completamente tossici, nonostante le agenzie di rating li classificassero con la tripla A.

Chiese quindi a tutte le banche coinvolte di creare e vendere un credit defaul swap, una sorta di assicurazione, che avrebbe pagato nel caso in cui quel mercato fosse collassato.

Naturalmente Burry e i clienti della Scion Capital, pagavano periodicamente un premio altissimo su questa sorta di assicurazione, che all’inizio sembrava del tutto fuori logica, perchè, nonostante i segnali fossero sempre più evidenti  – con mutui in sofferenza e ritardi sempre più alti nei pagamenti – il sistema finanziario, fino all’ultimo, ha cercato di sostenere la sua irrazionale corsa all’oro.

I prezzi degli immobili continuavano a salire, i mutui concessi alla stessa persona non avevano più alcun rapporto con i redditi prodotti, le agenzie di rating e la SEC perpetuavano l’inganno, grazie agli enormi conflitti di interessi e le banche nascondevano e rivendevano ai consumatori prodotti finanziari apparentemente solidi, il cui rischio di insolvenza era invece altissimo.

Quando Burry richiese anche alla Deutsche Bank un credit defaul swap, uno dei suoi consulenti, Jared Vennett, capì che l’eccentrico nerd in maglietta e calzoni corti non era un matto, ma un visionario, e creò un prodotto da vendere anche ad altri soggetti, tra cui Mark Baum che gestiva un hedge found, per conto della Morgan Stanley.

Il memorandum preparato da Vennett capitò anche nelle mani di due ragazzi che gestivano un piccolo fondo, il Cornwall Capital: furono tra i soli venti soggetti finanziari che compresero la catastrofe imminente e scommisero sul default, guadagnando 80 volte il loro investimento.

La prospettiva del film di McKay è profondamente americana e tutta interna al capitalismo: l’abisso che The Big Short spalanca sulle istituzioni finanziarie del paese è spaventoso e terrificante, ma il punto di vista è sempre quello dei soldi.

I suoi protagonisti non sono meno cinici e disillusi di coloro che si arricchivano, perpetuando un sistema criminale ed hanno giocato senza scrupoli, prevedendo il default dell’intero paese e delle sue istituzioni economico-finanziarie.

Il sistema aveva previsto anche degli anticorpi, ma l’avidità alla Gordon Gekko che da almeno vent’anni era diventato l’unico credo di Wall Street aveva contagiato anche regolatori e controllori, a cominciare dal FED di Alan Greenspan.

Finchè è durata tutti hanno avuto il loro posto al sole, quando improvvisamente la bolla è esplosa, ha travolto i soliti noti: la classe media e i lavoratori non solo americani. Lo tsunami ha trascinato a fondo tutto il mondo occidentale.

Attraverso il racconto di coloro che si sono accorti del collasso imminente, McKay punta il dito sulla fragilità del sistema, ma la sua non è certo la prospettiva di Occupy Wall Street, ma quella di chi quel sistema vorrebbe vederlo funzionare per davvero al servizio del paese e dei cittadini e non solo per l’arricchimento personale di pochi speculatori.

The Big Short esorta a tenere gli occhi aperti, a seguire il genio di chi per opportunismo, per capacità di analisi o per consapevolezza era riuscito a prevedere la catastrofe e a lanciare segnali evidenti alle istituzioni.

L’atto di accusa travolge soprattutto chi aveva il potere e gli strumenti per comprendere la truffa, chi ha tradito la fiducia dei risparmiatori ed è passato senza bagnarsi attraverso la tempesta.

Lewis e McKay non vogliono solo raccontare il passato, ma costringerci a guardare il futuro con una consapevolezza diversa, perchè chi ha messo in piedi l’imbroglio è ancora al suo posto e ci sta riprovando.

Per questo The Big Short è, così come Spotlight, uno dei film più importanti dell’anno, perchè rinnovano l’importanza del giornalismo investigativo e del cinema d’inchiesta, come baluardo e sentinella del sistema democratico.

McKay non è Francesco Rosi e non è neppure Joshua Oppenheimer, ma non rinuncia mai a mostrare lo spettacolo e l’eccitazione del mondo che descrive, restituendone la complessità e l’ambiguità con la forza di un jab al volto, anche grazie al lavoro del cast di all star, guidato dal solito straordinario e camaleontico Christian Bale.

La sua messa in scena è esuberante, travolgente, sopra le righe, così come il mondo che descrive e cambia tono solo nel finale, perchè non c’è un happy ending, non c’è un compasso morale, il delitto rimane senza castigo e un film non può fare altro che raccontare una storia, segnare un punto, senza la pretesa di cambiare il mondo che descrive.

McKay usa i ritmi della commedia che conosce alla perfezione, per smascherare, senza facili moralismi, una grande truffa.

E così quando due giovani broker del Cornwall Capital entrano nei locali ormai deserti della Lehman Brothers fallita, si dicono: “Me l’immaginavo diversa. Pensavo che ci fossero degli adulti”. La grande scoperta è proprio questa: il mercato è in mano ad adulti capricciosi che si comportano come bambini, massimizzando solo i propri impulsi egoistici, mentre la stupidità sembra essersi impadronita del sogno americano.

Nell’ultimo lustro altri ottimi film, Inside Job, Margin Call, 99 Homes, hanno cercato di raccontare quegli anni, da un punto di vista diverso, ma La grande scommessa li trascende tutti.

Tony Scott ha scritto sul Times: “This is a terrifically enjoyable movie that leaves you in a state of rage, nausea and despair.”

Ed è proprio questa la grande scommessa del cinema americano, che è capace di fare spettacolo anche con numeri e prodotti finanziari, traducendo complesse analisi in termini essenziali, perchè questo è un film che vuole rivolgersi al grande pubblico, con un racconto onesto, efficacissimo e assolutamente necessario.

Non è poco.

The Big Short 1

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