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Cinema con vista: Heart of the Sea

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Avventura marinaresca che va alle origini del mito, sferzando con un’epica ecologista e navigando nel blu delle acque conosciute. In una notte di luna, il giovane Herman Melville insegue la sua ossessione. Una storia che riecheggia nei bassifondi e vive sulla bocca di tutti, senza mai trovare la libertà. Un uomo la può raccontare, un sopravvissuto di quel terribile abominio avvenuto molti anni or sono, quando una baleniera lascia il porto di Nantucket alla ricerca di fortuna. Fa vela verso rotte sconosciute, guidata da due uomini bramosi di ritorno e di successo, ma il mostro li attende. L’ossessione di molti, la protettrice dei mari, o meglio conosciuta come la Balena Bianca, l’impronta di Dio che punisce i naviganti in Terra. Quella notte, i segreti verranno a galla e un giovane scrittore conoscerà il personaggio che lo renderà leggenda.

Ron Howard abbandona i circuiti di Formula 1 visti in Rush, per spostarsi in mare aperto. La sua regia capillare persiste e l’ossessione per i particolari ancora permane, in un cinema quasi “malickiano”. Il suo A Beautiful Mind è l’ombra lontana di un capolavoro che fu e che il regista non riesce a replicare. Con la matematica, l’allora John Nash interpretato da un ottimo Russel Crowe, aveva esplorato tecniche innovative in campo scientifico e non solo. Adesso si preferiscono le acque conosciute del cinema per grandi platee, dimenticando la poesia di un genio distrutto dalla sua stessa grandezza.

Quindi si fa vela verso un ignoto già visto, dove le misteriose onde del mare non portano la spuma del successo. Si comincia con la classica rivalità tra comandante e primo ufficiale, per continuare nella tempesta di naufragi e duelli. Ma la Balena Bianca fa sempre il suo effetto. Quel mostro terribile e ormai senza tempo, che ha portato alla rovina navi e marinai in un turbinio di ecologismo e divino. Heart of the sea è l’origine del mito, il punto di partenza per un Moby Dick ben lungi dall’essere dimenticato. Ron Howard non cerca il remake e neanche vuole competere con il capitano Achab di Gregory Peck in Moby Dick, la balena bianca, perché va dritto alle origini. Non cade nel tranello del riscrivere la storia e punta sull’epica di una grandiosa avventura, mai sazia di simbolismi e consensi. Alle grandi platee piacciono i mostri, o meglio i miti entrati nell’immaginario comune, così veleggiano veloci sulle onde dell’entusiasmo.

A guidarli è ancora una volta il dio del tuono, sceso dal pianeta Avengers per riempire il cuore di donne e ragazzine. Si presenta come il Christian Fletcher de Gli ammutinati del Bounty, spavaldo nei modi e nell’incedere, ma paragonarlo a Marlon Brando è quasi eresia. Figura meglio nel bel maledetto James Hunt di Rush, che in un marinaio consumato e non riesce a scrollarsi di dosso il ruolo da toy boy. Però questa volta bisogna riconoscergli l’onore delle armi, anche solo per essersi spogliato dei suoi muscoli nell’intento di sembrare un naufrago più convincente. A bordo ricorda un belloccio spaesato, a terra scimmiotta Tom Hanks in Cast Away: speriamo che presto trovi una sua identità.

Intanto Heart of the sea solca veloce le acque del successo, mostrando i muscoli con la fotografia e gli effetti speciali. Splendidi tramonti e ottimi costumi fanno atmosfera e la mancanza di qualche canto marinaresco di tanto in tanto bussa alla porta, ma ciò che manca è la gioia dell’inesplorato nelle acque già battute. L’avventura e il mito rapiscono in una notte senza luna, eppure quando l’uomo si risveglia l’incubo svanisce, rimpiangendo un sogno senza troppo significato.

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