Cinema con vista: Il sapore del successo

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Gustoso manicaretto invernale che scalda col tepore dei fornelli e dei buoni sentimenti, ma la guarnizione non convince. Lo chef Adam Johnson ne converrebbe, lanciando qualche piatto in giro per la sala, in pieno stile Gordon Ramsay. Ma in fondo è da capire: ha avuto una vita difficile e rialzarsi non è mai facile. A Parigi ottiene due stelle Michelin e diventa un luminare della cucina, ma la sua vita sregolata distrugge ogni sforzo, ogni successo ottenuto. Sesso, droga e Rock’n’Roll non sono compatibili con la nobile arte e lascia tutto. Abbandona il ristorante, tradisce gli amici e sparisce nel nulla, incapace di prendersi le proprie responsabilità. Ma il ragazzo diventa uomo. Basta col bere, stop alle sniffate e alle donne: bisogna tornare in pista. Il tempo delle punizioni è finito, adesso si parte per una Londra nuova e moderna, perché non è mai troppo tardi per la redenzione. Lui rappresenta la vecchia scuola e gli amici sono pochi, anzi sono in molti a volergli fare la pelle, ma il miraggio della terza stella spinge Adam a sfidare il sistema e se stesso, perché la grandezza è lì a portata di mano.

John Wells “cucina” un film ben diverso dal suo precedente The Company Men. Questa volta abbandona le gioie dell’idilliaco sogno americano, per spostarsi nel mondo selvaggio e un po’ stereotipato dei ristoranti. Si parla di upper class, luoghi in cui una cena può raggiungere cifre da capogiro, ma non sono i clienti a fare la storia. Sono gli uomini che agiscono dietro le quinte a dettar legge, tra le urla dello chef e le pressioni delle comande. Quindi è facile scadere nello stereotipo, in particolare dopo aver visto Gordon Ramsay all’opera. Volano i piatti, le urla e non solo, in un turbinare di personaggi contrastanti e scarsamente caratterizzati.

C’è un Omar Sy in cerca di riscatto, un Riccardo Scamarcio casualmente appena uscito di prigione (forse perché è Italiano?) e la classica madre di famiglia che cerca di raccapezzarsi tra bollette, figlia e lavoro. E poi c’è lui: chef Adam Johnson, alias Bradley Cooper. È il ragazzaccio delle seconde occasioni, l’uomo dal passato torbido che tanto fa impazzire le donne, ma in primis è l’eroe senza macchia venuto a risollevare le sorti di ristorante e carriera. È belloccio, ha gli occhi azzurri e mantiene sempre la stessa espressione, rimanendo sciapo negli ingredienti. Non dà troppo gusto alle sue azioni e non vuole sconvolgere con qualcosa che non sia scontato e lineare. Eppure ciò che attira in cucina è la novità, la voglia di sperimentare qualcosa di nuovo, come ricorda il buon Johnny Depp di Chocolat.

Però non ci si può esimere dall’aver fame, ebbri delle immagini di splendidi piatti. Grandiose opere d’arte culinaria scorrono senza sosta sullo schermo, cariche di quella maniacale attenzione di cui il film non può godere. La redenzione, il riscatto e la voglia di vincere sono ottimi ingredienti per un eccelso menù, ma quando la guarnizione è scadente il piatto sembra meno gustoso. Servirebbe un po’ di limone per inacidire ciò che è troppo melenso, e anche un pizzico dell’estro del topolino Remy di Ratatouille, per rendere speciale un piatto semplice e già assaggiato.

Purtroppo quando la cucina non è eccelsa ci si ritira al calore dei fornelli, dove la fretta di un team affiatato può trasformarsi in un focolare familiare. Si arrabbiano, urlano e strepitano, ma, in fondo, c’è un affetto tra loro capace di scaldare il cuore di una platea mai sazia di buoni propositi. Il sapore del successo non eccelle nelle prime portate, ma verso il dolce si riprende, regalando quello zucchero che è il sale della vita.

BRADLEY COOPER stars in BURNT

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