Cinema con vista: Woman in Gold

Woman in gold locandina

Sulle orme del Terzo Uomo si torna a Vienna, ma la città di Welles non è più la stessa. Le vie fumose di un tempo hanno lasciato il passo alla tecnologia, ai fasti di una capitale rinata. Per le strade si respira serenità e l’atmosfera da Guerra Fredda che aveva caratterizzato uno dei più grandi classici del cinema è ormai svanita. Niente più agenti segreti o complotti da sventare, solo una donna alla ricerca delle proprie origini. Una storia come tante, capace di far apprezzare la bellezza dell’arte davanti all’orrore della guerra.

Maria Altmann era una donna caparbia e di grande coraggio. Ha rivoluzionato la sua vita per sfuggire ai Nazisti e alla fulgida età di 78 anni ha trascinato in tribunale lo Stato austriaco, in una disputa senza esclusione di colpi. Tutto per riavere un quadro di famiglia: lo splendido ritratto di sua zia Adele, dipinto da Gustav Klimt agli inizi del Novecento. Per l’Austria rappresentava un pezzo pregiato da esporre al Belvedere, ma per Maria era parte di casa sua. Era il ricordo di una vita passata senza ritorno, il trionfo della bellezza sulla follia umana.

Come sempre Helen Mirren risulta azzeccata nel ruolo della “vecchina” in cerca di giustizia, dando prova del suo portamento british anche quando interpreta un’austriaca fuggita in California. È una delle poche attrici ad aver vinto la Triple Crown (Oscar, Emmy e Tony Awards) e anche questa volta si è dimostrata una regina di ironia, fascino e bellezza. A farle da spalla c’è l’avvocato Randol Schoenberg, un Ryan Reynolds un po’ fuori dagli schemi in grado di farsi apprezzare. Qualche volta abbandonare il ruolo del muscoloso toy-boy può giovare a carriera e salute.

La coppia segue le orme della Philomena di Stephen Frears, riproponendo il tema del duo alla ricerca di giustizia. Judi Dench cercava suo figlio, Helen Mirren un pezzo della sua famiglia. Cambiano i luoghi e i temi, ma la struttura sembra la stessa, con qualche gap per la squadra più recente. Alla Woman in Gold di Simon Curtis manca quella verve che ha i reso grandi i suoi predecessori, ovvero una sceneggiatura spumeggiante e dinamica. Si respirava un’aria tragicomica nei dialoghi scritti da Steve Coogan e Jeff Pope, con quel pizzico di pepe in grado di far apprezzare ogni momento. A Maria Altmann tutto questo manca, limitandosi a uno script classico e senza troppe pretese.

In ogni caso le emozioni non mancano e il buon ritmo di partenza non fa arrivare stanchi al traguardo. Non si fatica a seguire le vicende di questa “strana coppia”, divisa tra le aule americane e austriache, in una battaglia che sembrano non poter vincere. Simon Curtis segue il classico tema dell’amore per il perdente, tanto caro a cineasti e pubblico. Dai film sportivi a quelli giudiziari, lo spettatore non fatica ad appassionarsi alle vicende di chi non ha speranze, perché il vincente incassa meno presenze al botteghino. Se si aggiunge una struttura divisa tra passato e presente, il gioco può essere ancora più facile. Il delirio nazista si contrappone al focolaio della famiglia, per poi saltare subito ai giorni nostri, in un mondo che non deve dimenticare i propri errori. Quindi la storia scorre su due binari paralleli, ma senza perdersi alla meta e evitando inutili deviazioni proprie di film come The Words.

Woman in Gold è una grande testimonianza di vita, a cui manca il coraggio della sua “eroina”. Osare un po’ di più avrebbe reso giustizia ad una storia vera senza tempo, ma la personalità dei due protagonisti regala grandi emozioni, lasciando un po’ di amaro per una regia senza particolari scossoni.

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