Al di là dello sguardo: Qualcosa di buono

Qualcosa di buono

Qualcosa di Buono

Una storia di malattia e amicizia che si affida troppo alle capacità “salvifiche” di Hilary Swank.

 Abbiamo visto Quasi Amici (Oliver Nakache), Still Alice (Richard Glatzer e Wash Westmoreland) La Teoria del Tutto (James Marsh), solo per citare gli ultimi, e conosciuto i loro sfortunati protagonisti: un ricco aristocratico paraplegico, una rinomata professoressa di Linguistica colpita da Alzheimer e Stephen Hawking, il famoso cosmologo inglese affetto da atrofia muscolare progressiva. In Qualcosa di Buono lo spunto narrativo è l’ennesima malattia degenerativa, questa volta la SLA, diagnosticata a Kate (Hilary Swank), una pianista di musica classica di successo, donna meticolosa e ostinata, sposata con Evan (Josh Duhamel), il marito perfetto con il quale entrerà presto in crisi. A “salvarla” arriva Bec (Emmy Rossum), una giovane universitaria inquieta e scapestrata, aspirante cantante rock, che viene assunta da Kate per farle da assistente personale durante il decorso della sua grave malattia. Il legame tra le due donne, così apparentemente diverse, diverrà sempre più stretto e sfocerà in un’amicizia non convenzionale: si aiuteranno a vicenda per sviscerare il loro vero “io” (si pensi al titolo originale You’re not You), scoprendo se stesse e chi vorrebbero essere veramente.

Non ci vuole chissà che acutezza osservativa per notare che in Qualcosa di Buono il regista George C. Wolfe, nel trasporre l’omonimo romanzo di Michelle Wildgen, rimescola tanto “già visto” (basta pensare ai film sopra citati), cosa che però non dovrebbe determinare di default la non riuscita di una pellicola. Se il marchio di originalità è già di per sé una caratteristica rara da ritrovare in tanto cinema di oggi, la regia, per fare la differenza, dovrebbe far leva su altro. Rifugiarsi in un melodrammone, come succede in questo caso, non è sufficiente, ancor peggio mettendo la Swank su una sedia a rotelle solo perché in passato la due volte Premio Oscar ha raggiunto il successo con Boys don’t Cry e Millior Dollar Baby, film nei quali, guarda caso, la trasformazione e la sofferenza fisica erano il fulcro di entrambe le sue interpretazioni “da manuale”. Non si riesce a provare compassione per la povera Kate, il cui destino è ormai segnato da irreversibili circostanze e lo spettatore è quasi forzato ad emozionarsi e commuoversi, costretto a credere nel rapporto di amicizia che sboccia tra lei e la badante Bec.

E se all’inizio è la Swank la sola protagonista, una volta presa Bec sotto la sua ala protettrice e determinata a metterla sulla retta via alla scoperta di quel “qualcosa di buono” cui tende il film e l’evoluzione delle due protagoniste, le lascia il testimone facendo sì che diventi lei il centro del film: la narrazione non fa che giovarne, in quanto l’energica interpretazione della ventinovenne Emmy Rossum, anche cantante, ridona vigore alla storia. La maggior pecca è rappresentata da una sceneggiatura superficiale e mediocre, non priva di battute fuori luogo e di bruschi cambi di tono, poco credibili o ingiustificati: in certi momenti sembra si passi dal dramma strappalacrime ad uno dei più insulsi teen movie. I ruoli secondari (come quello del marito e delle due madri), fin troppo stereotipati, incidono poco e non apportano alcun valore aggiunto. Apprezzabile la trovata narrativa finale, non scontata. Liberatevi di ogni alta aspettativa prima della visione.

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