Cannes 2015. The Sea of Trees

THE SEA OF TREES

The Sea of Trees *

Il fisico Arthur Brennan sogna la gloria, ma insegna in un liceo. E’ sposato con Joan, che fa la mediatrice immobiliare e si guadagna da vivere per entrambi.

I due litigano di continuo e si rinfacciano gli errori del passato: un fugace tradimento di Arthur e la dipendenza da alcool di Joan.

Quando alla donna e’ diagnosticato un tumore al cervello, le cose cambiano.

Ma tutto questo noi lo vedremo nel corso di lunghi flashback: il film di Van Sant comincia altrove, nella Foresta dei Suicidi, alle pendici del monte Fuji, in Giappone.

Qui Arthur e’ deciso a farla finita. Ha le pillole della moglie, una bottiglia d’acqua per mandarle giu’ e una busta chiusa indirizzata a Joan.

Solo che all’improvviso arriva un uomo, coperto di sangue, che ci ha ripensato, ma non riesce piu’ a trovare il sentiero verso l’uscita…

Per parafrasare l’amatissimo Jep Gambardella, la più consistente scoperta che ho fatto, pochi giorni dopo aver ritirato l’accredito per il mio settimo Festival di Cannes, è che non posso più perdere tempo a vedere film atroci come The Sea of Trees

Accolto da sonori fischi al termine di 110 interminabili minuti, il film di Van Sant e’ certamente il piu’ insopportabile e tronfio di una carriera che pure non e’ stata avara di film programmaticamente inutili: il regista di Portland ha alternato sempre alle sue opere piu’ riuscite e sperimentali, film su commissione di sconcertante conservatorismo e buonismo irritante.

Qui siamo dalle parti dei melo’ alla Matarrazzo ed e’ un complimento per Van Sant e per il suo sceneggiatore, che val la pena di nominare, Christopher Sparling: il suo copione mostra la corda dopo solo una quindicina di minuti.

Scontato, piagnone, pieno di scorciatoie drammatiche degne di una telenovela brasiliana, The Sea of Trees non si nega nulla: presenze fantasmatiche, incidenti in ambulanza, tumori terribili, ma alla fine benigni, cadute e ferite assortite, salvataggi last minute, walkie talkie provvidenziali, orchidee che nascono sulle rocce, in un’orgia di forzature che lasciano senza parole.

Resistere ai cinque, sei finali possibili, che il film infligge allo spettatore nella sua ultima mezz’ora, e’ un’esperienza piu’ dura di quelle che Van Sant infligge a Matthew McConaughey nel corso del film.

Il premio Oscar, per la prima volta in un lustro, sbaglia completamente copione e, pur mettendoci tutta la credibilita’ di cui e’ capace, non riesce a risollevare mai un film disgraziato e ricattatorio come pochi altri.

Da evitare. Come la peste.

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