Cinema con vista: Black Sea

Black Sea

Licenziato da una società di recupero relitti, il capitano di sommergibili Robinson (Jude Law) si imbarca in un’impresa indipendente, per recuperare l’oro da un sottomarino nazista. La missione sembra semplice, ma la scelta dell’equipaggio sarà l’elemento destabilizzante.

Nel profondo del mare, Kevin MacDonald racconta la perdizione dell’uomo, strizzando l’occhio ai classici di genere e ricordando che tutti possono redimersi. Black sea è un thriller claustrofobico serrato, capace di incollare alla poltrona per tutta la sua durata.

Il pretesto è una semplice caccia al tesoro, a cui si aggiunge “una sporca dozzina” dalle grandi ambizioni: uomini dal passato travagliato e ricco di fallimenti, alla disperata ricerca di qualcosa che possa farli riemergere dall’oblio. Sono pirati del mondo moderno, desiderosi di prendere il largo perché incapaci di rapportarsi con una società che non appartiene a loro. Ormai reietto, l’equipaggio è il prodotto di una società capitalista abile nell’ “usare” per i propri scopi e nel “rigettare” quando il compito è terminato. Il sottomarino diventa un pretesto per criticare lo spiccato classismo del nostro mondo, ricordando che non è mai troppo tardi per redimersi.

Il realismo si fonde con una classica avventura del genere piratesco, ispirandosi ai film più famosi sui sommergibili. L’ombra di U-boot 96 aleggia sulla pellicola per tutta la durata ed a più riprese sembra che il buon capitano Marko Ramius di Caccia all’ottobre rosso, possa fare il suo ingresso in scena. Però, la novità si denota nel modo di gestire l’inesorabile incedere degli eventi. Per una volta il povero colpevole di tutte le disgrazie non è il sommergibile, ma l’intelletto umano, incapace di mantenere la calma nei momenti di maggiore importanza.

Col procedere della storia, il thriller aumenta il livello della tensione, rendendo l’angoscia il vero protagonista. Più volte ci si chiede come l’equipaggio possa salvarsi e, con l’avvicinarsi del finale, la risposta sembra allontanarsi sempre più. “Fuori” i veri dei sono il gelo e l’oscurità, mentre il sottomarino è l’unica speranza di salvezza, metafora di un titano decadente, abbandonato dai suoi compagni nel momento del bisogno. Non si può fare affidamento su uomini così spiccatamente ambigui, anche se qualcuno che crede in loro esiste ed è il capitano. Un magistrale Jude Law si propone come traghettatore per gli inferi in un’impresa tutt’altro che semplice, ma nei suoi occhi brilla la bramosia di un futuro migliore e chiunque lo seguirebbe.

Santi o dannati, lasciatevi trasportare da un thriller decisamente riuscito, la cui unica pecca è l’incapacità di osare. La vicenda è scorrevole ed appassionante, ma non riesce a superare i classici cliché del genere. Le situazioni che si susseguono, anche se ben architettate, non sono mai del tutto nuove e si possono facilmente rintracciare in un altro film di sommergibili. Nonostante ciò, Black sea è una pellicola meritevole di considerazione, anche solo per lasciarsi condurre da un capitano magnetico come Jude Law.

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